domenica, 06 maggio 2007
Nell’epoca della diffusione di internet, dove gli scambi e la condivisione delle informazioni si sono fatti sempre più veloci ed eterogenei, la poesia si è ritagliata un suo spazio proprio dove vivere un nuovo respiro, oppure, come ogni altra forma di comunicazione, si è adattata (inevitabilmente) ad una nuova nicchia ecologica, dove continuare a vivere col respiro usuale? In altre parole, Internet ha dato possibilità in più alla poesia, o più semplicemente le ha date a tutti, e siamo di nuovo pari e patta con le altre forme espressive, dalla letteratura alla musica alla televisione? Anche perché, per dirla il Nobel per l’economia Herbert Simon: "L'abbondanza di informazione genera scarsità di attenzione": ed è attenzione per cui compete anche la poesia.

Non è semplice trovare una risposta, nè è mia intenzione. Prima però di ragionarci, vorrei però accumulare alcuni spunti di riflessione per capire l’ampiezza del fenomeno.
Qualche mese fa ho iniziato un lavoro che confina con la mia attività di ricerca in senso più accademico, da informatico. In particolare, ho preso in considerazione alcuni blog, in un periodo ben definito, ed ho cercato di misurare alcune caratteristiche del fenomeno poesia e nuovi media, per capire se e quanto è vasto. Nel seguito fornirò alcuni dati, sotto forma di appunti grezzi ancora da elaborare in una visione più ampia; si tratta di un work-in-progress che comprenderà molti più blog.

Il campione considerato

Ho esaminato i post ed i commenti di otto blog (Liberinversi, Vocativo, La costruzione del verso & altre cose, fabryPoesiaeSpirito, AbsolutePoetry, Universopoesia, Erodiade, Blanc de ta nuque), nel mese di maggio 2006. Poiché ho iniziato il lavoro in novembre, ho scelto un periodo sufficientemente lontano da poter essere considerato stabile, e evitando il periodo di magra dell’estate. Ho contato i post ed i commenti associati, registrando i commentatori quando possibile.

Una fotografia della blogosfera poetica

Nella tabella seguente si possono vedere i dati di base calcolati sul campione.

  post commenti commenti/
post
commentatori commenti/
utente
traffico interno
Liberinversi 7 316 45 48 6,6 98 31,0%
Vocativo 5 150 30 26 5,8 68 45,3%
La costruzione del verso 7 319 46 44 7,3 73 22,9%
FabryPoesiaeSpirito 8 1279 160 30 42,6 401 31,4%
AbsolutePoetry 26 211 8 30 7,0 87 41,2%
Universopoesia 5 91 18 22 4,1 34 37,4%
Erodiade 35 167 5 14 11,9 47 28,1%
Blanc de ta nuque
13 228 18 16 14,3 76 33,3%
totali 106 2761 26 (133) 20,8 884 32,0%

Per traffico interno si intende quello costituito da commenti del gestore o dei gestori dei blog (con una certa approssimazione soprattutto per i blog multiautore, quando non è chiaro quali siano tutti gli autori).
Il numero totale di commentatori non corrisponde alla somma dei commentatori dei singoli blog, perché chiaramente un certo numero di persone commenta in più blog.
In modo poco intuitivo, i due blog con maggior numero di commentatori non sono multiautore, ma blog all’epoca personali (Liberinversi di Massimo Orgiazzi e La costruzione del verso di Gianfranco Fabbri). Questo testimonia l’interesse e l’autorità che i due blog avevano guadagnato all’epoca.

I commentatori
Possiamo immaginare i commentatori come i partecipanti ad un dibattito poetico. Nel mese di maggio 2006 ricco di oltre 100 post e oltre 2700 commenti, quante persone hanno contribuito al dibattito che si propaga tra i blog? Apparentemente 133 commentatori (con l’anonimo considerato come figura unica, e trascurato nei ragionamenti successivi, anche perché poco rilevante numericamente).
Se però andiamo ad esaminare più da vicino questo dato, possiamo notare che 95 di questi commentatori si limitano a frequentare, perlomeno in modo attivo, un unico blog: amici o comunque frequentatori affezionati al sito. Dei 95,  43 hanno lasciato un unico commento,  e possiamo quindi immaginare siano utenti casuali.
I rimanenti 52 sono autori di  381 commenti in tutto.
Quindi i dibattenti, quelli che fanno rete partecipando al dibattito poetico in modo organico, muovendosi tra più blog, sono 37. Questi 37 sono all’origine di 2256 commenti. Tolto il maggiore commentatore, responsabile da solo per oltre un quinto di questi commenti, gli altri hanno prodotto in media 50 commenti (la mediana però è 16: indice di distribuzione non normale). 
Se osserviamo il grafico del numero di commenti per commentatore, possiamo notare come rispetti la distribuzione comunemente nota come “coda lunga”, che descrive tanti altri fenomeni della rete e non.

 coda lunga dei commenti

Una questione che sorge a questo punto è: i 37 che commentano (una parte de) i blog poetici costituiscono quale percentuale dell’agire poetico dentro e fuori la rete? E’ un movimento importante? E’ solo un dettaglio in una rete più ampia che passa per riviste tradizionali, accademia, pubblicazioni cartacee in generale?

La visibilità della poesia in rete
Come ha più volte avuto modo di raccontare Giulio Mozzi, con la sua ampia esperienza in materia di blog e letteratura, la popolazione dei commentatori non corrisponde a quella dei lettori silenziosi. C’è quindi da ragionare anche sull’eventuale effetto della disponibilità di poesia in rete su chi non partecipa al dibattito letterario, ma fruisce semplicemente dei contenuti.
Per l’economista Michael H. Goldhaber, in un’economia digitale esiste una risorsa scarsa ed è l’attenzione umana. La poesia compete per ottenere questa risorsa. Per ottenere attenzione, aggiunge Goldhaber, “occorre emettere qualcosa che è tecnicamente definibile come informazione, ma affinché un’informazione abbia un qualsiasi valore, essa deve ricevere attenzione. Una tecnologia dell’informazione è quindi anche una tecnologia dell’attenzione, ovvero un trasferimento di informazioni può avere luogo solo nella misura in cui avviene anche un trasferimento di attenzione nella direzione opposta.” E’ chiaro che qui non si parla di poesia, ma se la poesia ha perso appeal, posto che ne abbia mai avuto a livello di massa, è anche perché altri trasferiscono attenzione con più facilità.
E quindi: lo spazio nuovo per la poesia sta nella quantità di testi messi online, o sta altrove?

Statistiche e classifiche
I blog poetici più grossi espongono con un certo orgoglio ed una variabile completezza le loro statistiche relative agli accessi. tentando a volte un confronto tra  abbonati alla rivista cartacea di poesia più diffusa (Poesia dell’editore Crocetti) ed i frequentatori di blog.
Per comprendere il senso delle statistiche è però bene sapere come funziona la misurazione.
La misurazione del numero di accessi ha principalmente un utilizzo in ambito pubblicitario, esattamente come l’Auditel per la televisione: gli investitori vogliono sapere, in media, quante persone vengono raggiunte dal messaggio pubblicitario. La valutazione esterna, per quanto aggirabile, è chiaramente più accettata dell’autodichiarazione riguardo le statistiche di accesso.
Su web ci si è conformati ad uno standard che prevede di contare le cosiddette visite, che però non corrispondono a utenti unici: sono sessioni della durata massima di mezz’ora, per cui lo stesso utente che accede più volte nella giornata, purché non compulsivamente, farà ogni volta una nuova visita. Non solo: lo stesso utente che accede al blog, chiude il browser, lo riapre e riaccede conterà come due visite. Le cosiddette pagine viste non tengono conto nemmeno di questo e quindi ogni clic all’interno del sito verrà contato. Per esempio, accedo ad un blog, leggo un post, clicco per leggere i commenti, decido di commentare, commento e controllo l’esito: e produco da tre a sei pagine viste. Un sito che produce classifiche direttamente da questi dati è Shinystat; uno che fornisce indicazioni “indipendenti”, derivanti dall’utilizzo di una barra aggiuntiva per il browser, è Alexa.
Volendo confrontare le visite o le pagine viste di un blog con l’eventuale equivalente cartaceo – la rivista, bisogna capire a cosa potrebbe ragionevolmente corrispondere sulla carta quella misura. Un abbonamento a  Poesia quante visite vale? Quante pagine viste? Quanta intenzione nella “visita”? Perché si sa che parte degli accessi ai blog sono casuali e determinati dalla presenza di parole rintracciate tramite motori di ricerca (questo non è negativo, chiaramente).
Per questa ragione con i blog sono nati altri meccanismi di misurazione di una generica “qualità”, “affidabilità”, “influenza”, in parte basati sul concetto di  impact factor tipico delle riviste scientifiche: un blog è tanto più di qualità quanto più è citato da altri (ed è anche il meccanismo noto come PageRank alla base del funzionamento di Google). Il più importante sito che fa classifiche di questo tipo è Technorati; in Italia, BlogBabel aggrega una serie di dati provenienti da varie fonti per creare una classifica più completa ancora. Anche Blogitalia ha la sua classifica, derivata sempre da Technorati.
Se le classifiche servano o no, è inutile discutere. Se uno non sapesse da che parte cominciare ad interessarsi di poesia, e decidesse di partire dalle classifiche, nei primi cinque posti troverebbe i siti descritti nella tabella seguente.

Sito Alexa Blogitalia Shinystat
Categoria
e/o query
Poesia Poesia, in Arte e cultura Poesia, in Letteratura
1 balbruno.altervista.org blog.libero.it/modem krennegmcaff.altervista.org
2 xoomer.alice.it/brdeb www.manualedimari.it/blog balbruno.altervista.org/
3 www.la-poesia.it www.nazioneindiana.com web.tiscali.it/poesia_creativa
4 www.club.it/autori merlino93.splinder.com www.poetilandia.com
5 www.scrivi.com tisbe.splinder.com pensierivagabondi.splinder.com

A parte l’eterogeneità dei risultati, appare abbastanza chiaro che è difficile immaginare di usare queste liste come punto di partenza per qualcosa. Quindi a cosa servono le classifiche? 

Quali nuovi media?
Infine, un altro punto di interesse può essere la valutazione di quante possibilità che Internet fornisce vengono effettivamente sfruttate nei blog e siti che si occupano di poesia. Infatti la semplice messa online di testi e derivati può essere intesa come il grado zero dell’utilizzo di Internet. Nel momento in cui si parla di Web 2.0, tutti gli strumenti più o meno semantici che permettono di aggregare contenuti, renderli rintracciabili con facilità, ecc.,  per nuovi media bisognerebbe intendere qualcosa di più ricco del semplice blog di base. Rispetto al periodo osservato, mi pare che la situazione stia cambiando: i feed sono usati con maggiore consapevolezza, iniziano ad essere utilizzati anche i tag, fondamentali per aggregazioni basate sui contenuti; d’altro canto, ancora non si vedono molti link all’interno del testo dei post, anche quando sarebbe possibile, mentre si preferisce tutt’ora la duplicazione dei contenuti da un post all’altro. Per gli interessati alle classifiche ed alla diffusione al di fuori del circolo degli addetti ai lavori, feed tag e link sono strumenti importanti perché determinano la visibilità sugli strumenti utilizzati normalmente dai frequentatori del web (come Google) e dei blog (come Technorati, BlogLines, Del.icio.us, ecc.).
Lo stesso blog, inteso come strumento tecnico, è stato adottato da tutti per la sua semplicità e senza ragionare sulla grammatica che impone all’espressione – l’ordine cronologico inverso, la durata breve dei post, ecc., che forse non sono l’ideale per trattare di poesia e di critica.

Vincenzo Della Mea
postato alle ore 23:24 | Permalink | categoria: poesia, internet, interventi | commenti (1)
giovedì, 03 maggio 2007
OLTRE LA RIVISTA - di Massimo Orgiazzi

Dopo il dibattito di Monfalcone all’Absolute BlogMeeting è nato un confronto sui metodi di aggregazione più opportuni per spingere, letteralmente, il lavoro di questi mesi e anni fatto in Rete, fuori dalla Rete. Si cerca con inquietudine una spinta che generi una massa critica, che arrivi a dare alle scritture, sempre più diffuse, condivise e di tutti, l’auctoritas, ma forse più correttamente dovremmo dire la dignità: che è un termine sbagliato, instabile e squilibrato sin dal principio, in temi e argomenti come questo. Non ha senso parlare di dignità quando spesso si considera che l’ambiente in cui i testi e le scritture dovrebbero diffondersi non è affatto degno. Eppure dico dignità nel senso di linea di minore resistenza affinché le scritture acquistino un ruolo e una posizione all’interno del vasto contenuto informativo che la nostra società genera.
Sotto questa luce si situa la proposta di Christian Sinicco di costruire una rivista/magazine “patinata”, dal look accattivante che, profondendo e usando le (buone, efficaci) risorse della Rete sia capace di ricavarsi spazio.
Cerchiamo spazio: è questo il punto. Cerchiamo di sorpassare l’idea della rivista novecentesca per passare alle aggregazioni selettive dei contenuti del XXI secolo. Cerchiamo, con tutto questo, di fare/farci spazio come un canale pay per view che sia poesia e sia scritture del nuovo intellettuale di cui ancora, forse, non abbiamo cominciato a raccogliere tutti i cocci. L’idea di una super-rivista, di un’entità organizzatrice dei contenuti ad ampio spettro e multicanale, cartaceo, informatico, audio e visivo supera non solo da un punto di vista tecnico l’idea di rivista novecentesca, ma anche da un punto di vista delle basi operative che la compongono, in funzione della mission che si propone. L’entità che unisce una serie di persone dalle estrazioni tecnicamente più diverse e, in ottica inclusiva, anche sotto l’aspetto orientativo; che ri-unisce quindi tutta una serie di risorse le quali abbiamo constatato, sono in reale crescita sulla Rete, fervono e funzionano, rilancia idealisticamente la rivista novecentesca armandola di una serie di parametri adatti ad affrontare la situazione contemporanea, caratterizzata da iper-proliferazione informativa, progressiva perdita del controllo sui meccanismi politici e sociali, smarrimento della coscienza storica in favore della sola visione di mercato/crescita/soddisfazione dell’utente.
L'ambiente dal quale un profilo potenzialmente autorevole che configuri uno strumento di questo genere può emergere, è oggi senz’altro e solo la Rete, con le sue suggestioni e i suoi alti potenziali, il suo fortissimo gradiente d’incontro, di stimolo, di dibattito, che tutti noi stiamo adoperando, vivendo, costruendo.
L'idea però cozza, come s’è visto con l'idea che una rivista debba in qualche modo avere un indirizzo, una linea; ci troviamo nell’epoca dei conflitti culturali ridotti a contorno delle scaramucce amministrative cui si è rimpicciolita la grande politica di respiro e di indirizzo e ci vediamo impegnati, in queste iper-burocratiche aggregazioni super-nazionali (noi, in Europa, in una sorta di enorme Svizzera di mezzo miliardo di abitanti), ci troviamo a perdere la testa, come settecento anni fa, in dispute guelfo ghibelline, ma che rispetto ad allora sono sterili e non hanno il seppur minimo impatto sulle sfere decisionali concrete. E se lo hanno, lo hanno marginalmente: decidono cose piccole, per lo più concertano su diritti e conquiste tutte novecentesche, già avvenute, ma gridate come scandali e violazioni quando un pezzo delle costruzioni non si trova.
Il punto di vista dell’orientamento è però sacrosanto: c’è, esiste ancora. Differentemente ci troveremmo ad avvallare la tesi dell’anestesia globale, per cui tutto è uguale e non fa differenza. E invece la cultura esiste, dato che nelle sue scelte prevede quale direzione ed orientamento si vuole attribuire alle scritture, quale il ruolo di una potenziale civiltà letteraria associata e ricostruita, cosa e come diffondere o cosa e come osteggiare.
La realizzazione di uno strumento di organizzazione dei contenuti, multicanale, ad ampia diffusione  prevede, su ogni mezzo un forte impegno concreto e organizzato di pianificazione, logistica (anche solo di dati) e di fondazione, nel senso di creazione di un organo centrale, “redazione”, coeso e capace di non deludere le esigenze più o meno ideali dei sostenitori, collaboratori, scrittori. Non sto qui parlando del problema di una fantomatica “par condicio” che accontenti i diversi orientamenti, ma di una esattavisione condivisa che se non accontenta, almeno convince nei presupposti chi si avvicina un simile potenziale progetto.
Il problema della iper-proliferazione, poi, va scongiurato. In molti ragioniamo in questo senso: tuttavia l'appello ad una collaborazione unitaria su vasta scala come quella descritta non esclude il fenomeno della replicazione ed occorre essere almeno in parte certi che un progetto del genere possa almeno potenzialmente rifuggire da ennesime rigenerazioni del proprio codice, non perché non ci piaccia il pluralismo, ma perchè se la mission è una (diffondere, costruire, aprire ciò che è chiuso) tale deve rimanere. Concludendo, mi sembra di poter dire che “rivista” non è più il termine corretto: è superato. Ciò che stiamo discutendo potrà forse averne i connotati principali, ma gli assunti e i presupposti devono tenere conto che si tratta in questo senso e in questo frangente di un percorso di risalita della cultura per il quale i sommovimenti sono forti e la vision dev’essere più chiara che mai. Non si tratta di una alleanza contro: non si tratta nemmeno e paradossalmente di una alleanza per in cui si dimenticano momentaneamente i propri orientamenti, i propri riferimenti, le proprie fedi. Si tratta di un movimento che vuole ripristinare il grado zero, la fondazione del dialogo, del confronto, della riflessione, della maggior consapevolezza: il germe e il virus dell’umanità che si perde, spesso e volentieri, negli accidenti della Storia.
Serve perciò una vis che raggruppi e condivida, ma al contempo selezioni, generi autorità da se stessa e dall’esterno e lo faccia tenendo conto che esistono ancora gli orientamenti, non se li mangi, ma li rilanci con l'idea che rinasce l'intellettuale, che la consapevolezza e la riflessione storica, artistica, scientifica, sociale e spitituale possono determinare ancora molto nella società. Più che una grosse koalition, come è stato detto, servirebbe una Federazione Unita dei Pianeti (e scusate la citazione televisiva e roddenberriana). Un’entità che non solo sia d’accordo su assunti base per la diffusione (non centralizzata, ma sincronizzata, armonizzata), ma sia d’accordo sul divenire stesso della cultura e dell’umanità: che non si fermi a cercare punti in comune e intersezioni, ma si muova e operi per determinarli prima che emergano, che li costruisca, nella complessità del mondo d’oggi.
E’ necessario andare oltre la provocazione: si deve raggiungere una visione. Non so se qui l’ho epressa, ma il tentativo è stato fatto. 
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martedì, 01 maggio 2007
Appunti per l’intervento di Bazzano su “BLOG E NUOVI MEDIA NELLA DIFFUSIONE DELLA POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA. IDEE E SVILUPPI FUTURI” di Fabrizio Venerandi.

salve, mi chiamo fabrizio venerandi, faccio parte del laboratorio bib(h)icante e qua leggerò brevemente alcune riflessioni sul blog e sulla poesia. Non voglio raccontare la mia esperienza con il blog del bib(h)icante e neppure quello del blog collettivo di lametoranti, che è maggiormente improntato alla prosa, ma cercare di mettere a fuoco alcuni punti per un ripensamento del blog e della poesia. Non sarà un discorso esaustivo, voglio soltanto lanciare alcuni stimoli e mettere in comune il mio punto di vista.
Personalmente non credo che valga la pena scrivere poesia, trovo che la poesia nella sua forma più lirica e meno compromessa con altri media, sia oggi un elemento più patologico che letterario, chi scrive poesia su internet lo fa spesso senza sapere esattamente perché lo fa e senza sapere per chi lo fa. Chi scrive poesia difficilmente legge poesia scritta da un proprio contemporaneo, e spesso e volentieri il lettore, non scrittore, della poesia compra e legge materiali scritti il secolo scorso, magari in traduzione. Il pubblico della poesia è quasi esclusivamente un pubblico di addetti ai lavori, ma di ‘lavori’ che -a livello economico- sono del tutto marginali perché appunto non esiste una domanda di poesia da parte di chi compera libri e la poca domanda che c’è, è saturata dalla stampa di gente morta da parecchio tempo.
Per quanto mi riguarda trovo che chi decide oggi di fare poesia abbia lo stesso ambito e la stessa dignità di chi decide di mettersi a colorare i soldatini degli antichi romani e di riprodurre fedelmente le battaglie storiche, un ambito para-specialistico in cui operano persone che non è detto che siano specializzate in quello che fanno, per una gratificazione estemporanea e gratuita.
Io sono venuto qua a bazzano per leggere le cose che ho scritto, per ascoltare quello che altri leggeranno, ma la verità è che non l’ho fatto per il bene della letteratura, ma per soddisfare il mio ego e dargli l’occasione di ufficializzare di fronte ad altri, disponibili ad ascoltare, il mio fatto di essere uno scrittore di versi, e lo devo fare a mie spese perché nessuno ha veramente bisogno adesso di ascoltare quello che sto dicendo o di sentire i versi che leggerò questa sera, perché non c’è bisogno della poesia altrui quanto c’è bisogno di affermare il proprio status poetico. Io sono qua perché stando qua adempio alla mia funzione sacerdotale della poesia, perché altrimenti, a stare a scrivere versi nel quadernino della mia cameretta, sarei un poeta da pippe. La poesia devo invece portarla fuori da me perché io sia riconosciuto come poeta e perché il mio lavoro abbia uno scopo e io una gratificazione al mio lavoro, visto che questa gratificazione non la potrei ottenere altrimenti.
Spesso sento parlare di cricche quando si parla dei gruppi di poeti e di critici (e anche di critici-poeti) che si imbiancano il sepolcro l’un l’altro, una specie di consorteria in cui poeti organizzano slam poetry a cui invitano altri poeti che a loro volta introducono altri poeti in sillogi presso case editrici per cui usciranno riviste-saggistiche cui altri poeti-critici ufficializzeranno i poeti che sono entrati nel ‘giro’ e che -in qualche modo- hanno ottenuto un loro status poetico a livello editoriale e critico. Non dico che questo non sia vero, anzi in un certo grado è proprio così, con diverse sfumature di serietà e di miseria, il fatto è che penso che questa cricca poetica funzioni, che lavori seriamente per produrre materiale in versi di una certa consapevolezza e qualità e perseveri nel costituire un meccanismo autoalimentante che di fatto serve a conservare nel tempo la loro stessa produzione; che sarà poi quella che resterà nei prossimi anni e quella che prima o poi finirà sulle antologie scolastiche (ultimo passo della poesia prima della morte per surgelamento).
Tutto il resto, i blog, i siti, le autoproduzioni di sillogi, le antologie pagate dai poeti che poi ci andranno dentro a me sembrano il surrogato povero dei meccanismi innescati da queste cricche poetiche di cui si parlava. Non si crea un blog di poesia perché ci sia bisogno di un blog di poesia, anzi diciamo meglio, si crea un blog poetico perché c’è una persona, e solo una, che ha bisogno che quel blog ci sia, e quella persona è chi scrive i versi che finiranno sul blog e che in molti casi finiscono sul blog perché non ci sono altri posti in cui farli finire. Da questo punto di vista trovo molti blog siti e newsgroup, non dico ‘tutti’ ma molti, dei luoghi adatti ad uno studio sociologico più che letterario.
Anche la mia presenza a bazzano, per me e non voglio universalizzare le mie motivazioni, ha più a che fare con una soddisfazione personale del tutto primaria e infantile, così come leggere i commenti di qualche anonymous al proprio blog innesca meccanismi che sono solo una grottesca imitazione di quelli che nascono per un attento vaglio critico da parte di quei critici-poeti che qua a bazzano forse non ci metterebbero nemmeno piede, perché non ne hanno bisogno.
Il tutto rassomiglia a un gioco di ruolo in cui la persona interpreta adesso il ruolo di lettore, adesso quello di critico, adesso quello di poeta e di volta in volta sale dal microfono per fare il poeta, poi si siede e si mette a fare il pubblico mentre un altro del pubblico sale sul palchetto a fare la figura del poeta. Vista dall’esterno la cosa potrebbe sembrare davvero una sorta di gioco di ruolo sociale e il mio dubbio è che alla fine la poesia, intesa come prodotto, sia una sorta di scarto necessario di questo bisogno di gratificazione umana.
Non credo ai blog come luogo ‘altro’ in cui si possa fare una lirica autonoma rispetto a un antagonista che si rifiuta, sostanzialmente perché non si riesce a farne parte.  Non riesco a immaginarmi una verginità della scrittura pura, non vincolata dal vaglio capriccioso dell’editore o dall’amicizia sudata del critico, perché comunque quella cricca di poeti-scrittori-critici-editori è e resta il punto di riferimento per lavorare e per fare poesia e scrittura oggi.
Mazzetti qualche anno fa fece una collana di poesia e scrittura autoprodotta, i figlibelli, la stampava lui e la fotocopiava, poi faceva delle copertine e la pinzava. Poi andava in giro e organizzava letture invitando a leggere i poeti della sua collana, se ne fotteva dell’editoria, della critica e della promozione. Era orgogliosamente fuori dalla cricca. Poi decise di fare basta, le gratificazioni erano scarse, la voglia era poca e si fermò. Ecco. Il sito venne chiuso, i libricini non erano più distribuiti, non c’erano più le letture: in poco meno di qualche mese quei versi tanto amorevolmente stampati e portati in giro non c’erano più, non erano mai esistiti. È questo il punto: quel materiale non c’era mai stato, era sparito da quel flebile motore di memoria che è internet e ora  - quel materiale- poteva anche non esserci mai stato.
Quindi: aggiornate il vostro blog, aggiornatelo stasera e anche domani e ricordatevi di aggiornarlo anche tra un mese e tra un anno perché -nel momento in cui vi stuferete di farlo- il vostro materiale mostrerà all’ennesima potenza la sua ragion d’essere. E potrebbe non essere quella che vi aspettate.
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martedì, 01 maggio 2007
Presenza reale e virtuale
Contributo al Workshop del 28 aprile 2007 – Bazzano (BO)
Adam Vaccaro

Parto richiamando qualche passaggio della Parte introduttiva del mio libro Ricerche e forme di Adiacenza (Asefi, Milano 2001), che considerando il panorama complessivo della poesia in atto iniziava così: “Avvertivo, circa 20 anni fa, alcune insofferenze ed esigenze, rimaste pressoché intatte…”. Mi riferivo da un lato e in primo luogo alla capacità di dire il mondo con efficacia (quale intesa dalla fisica), “dopo le forti caratterizzazioni identitarie di movimenti e soggetti (dal simbolismo al realismo, dall’avanguardia all’ermetismo, ecc., alcune poi replicate in neo)”. Aggiungevo in proposito che sembrava “non fosse rimasto spazio che per faticose e confuse rimasticazioni…immerse nello specifico e ornate di autocelebrazioni, ma sempre più staccate dal resto, con una forbice non esaltante: crescita della quantità di carta stampata, diminuzione di quella capace di influire sul costituirsi, attivarsi e procedere non supino delle identità singole e collettive, nell’incessante, sempre più veloce e violento, flusso dell’accadere.

 Dall’altro lato, “per quanto riguardava l’esercizio critico, altri interrogativi e disagi.” Se “la linguistica, la semiotica, lo strutturalismo, e a latere la psicoanalisi, ci avevano consentito di penetrare ben più a fondo nel corpo e nei modi operativi dei linguaggi, pochi erano gli esempi che traducevano in metodo l’enorme aumento di strumenti. Le migliori analisi testuali erano spesso più frutto di acume e sensibilità che di una metodologia, senza cioè alcuna ripetibilità di tipo scientifico, affidate solo all’autorevolezza dell’estensore.”

A partire da tali insofferenze, mi ponevo domande sulle “(im)possibilità di una epistemologia e…una metodologia minimamente ripetibile applicata alla poesia”, pur “dando per scontato la sua interminabilità e la sua fruizione soggettiva”. Ma la ricerca “anche in campi come la matematica, la biologia, la fisica ecc.(cioè sia nelle discipline a carattere formale che in quelle di natura empirica) ha subito e subisce continui travagli e radicali revisioni dei principi di volta in volta accolti e definiti. Il concetto di scientificità tende in sostanza, in ogni campo e proprio per merito delle scienze moderne, a qualificarsi sempre più come un territorio anch’esso irraggiungibile e metafisico”, sia pure “alonato di ideologia della verità.”

Il problema di quale concetto di realtà abbiamo, implica in sostanza domande sul concetto di conoscenza e del soggetto che si misura, sviluppa o costituisce la sua identità, con le lingue dei sensi e algoritmiche che continua a inventare, tramite media di interazione che tendono poi ad apparire la realtà tout-court (sin dalla parola o scrittura e ora, televisione o Internet). Ne deriva che se la realtà è concepita come una molteplicità di piani e universi, talché il modello più reale è quello quantistico, tale modello si trasferisce a quello dell’identità soggettiva e a tutti i linguaggi che essa utilizza, sia sul versante delle discipline speculative o scientifiche che su quello espressivo e artistico, della poesia in particolare intesa nel senso più ampio.

Questo arricchisce e complica il lavoro mentale autopoietico; si tratta infatti di entrare e uscire continuamente, in e da, innumerevoli campi di forza…che si trasferiscono dal soggetto al testo da questi costruito.  Il soggetto (e dunque il testo) si trova così a misurarsi, oggi, con una potenza centuplicata rispetto a ogni epoca passata; è una condizione che da un lato tende a produrre effetti laceranti e contraddittori (tra esaltazione e depressione dell’autonomia individuale), dall’altro riempie i vuoti angosciosi creati, con sensi di onnipotenza e di mancanza di limiti. Questo processo di falsificazione (depauperamento umano effettivo compensato ideologicamente) avviene in forme particolari attraverso oggetti, messaggi mediatici e mezzi tecnologici. Più che la scienza, è l’intreccio tra banalizzazione scientifica e incessante flusso di nuove tecnologie che trasmette un senso di sviluppo senza fine. Televisione (con il suo carnevale perenne), Internet (un suo portale non a caso si chiama Infinito) e pubblicità sono i canali privilegiati.

A fronte di questo affollato e veloce bombardamento tendente a disegnare un orizzonte di onnipotenza, l’individualità misura invece quotidianamente, col corpo singolo e collettivo, limiti e disastri di ogni genere: ambientali e/o sociali. È questa miscela che produce nel soggetto (e nel testo) un’esperienza di continuo sconcerto e spiazzamento, fino a sensi di vuoto impotente e assenza di punti di riferimento. Ma il vuoto non esiste, non solo nel potere.

Ogni mancanza viene occupata da un pieno, vero o falso che sia. Senza un superamento effettivo, provvede l’illusione ideologica. La quale, mentre attribuisce al soggetto diritti e poteri irreali, bilancia il disegno di un universo favoloso re-istituendo limiti e punti di riferimento, spesso esterni e distruttivi. Nemici   irriducibili incarnati da altre razze, o ideologie e diversità varie diventano essenziali per demonizzare qualche fattore monstrum su cui scaricare tutti i guai, sanando così la contraddizione tra sviluppo trionfante di magnifiche sorti e progressive e incessanti terribili debacles: una sindrome da Ballo Excelsior con continue interruzioni pubblicitarie.

Questa matassa di problemi, con i loro vuoti e pieni, le insofferenze, gli sconcerti, le illusioni e le impotenze, ma anche le acquisizioni di spazi di azione, si ripropongono forse amplificate dalle mancanze e chiusure del c.d. mondo reale, anche nel c.d. mondo virtuale o della Rete.

Tanto da far porre la domanda: il sociale più reale ora è virtuale? La rivista Time, dedicata al personaggio dell'anno 2006, tende a cancellare ogni dubbio, mettendo in copertina un computer con uno specchio al posto del monitor e una scritta gigantesca: YOU. Il personaggio dell'anno secondo il Time siamo noi. Ma quanto c’è di ideologia da magnifiche sorti e progressive in questo e quanto di nuova realtà?

Le risposte non possono essere univoche e semplici. In questo tentativo di articolarle e raccordarle al mio percorso di ricerca, ho attinto elementi e considerazioni da chi (a cominciare da mio figlio Claudio) frequenta la Rete più di quanto non riesca a fare io. E anche, o soprattutto, per poter arricchire i limiti delle mie informazioni e riflessioni ho accettato l’invito degli organizzatori a partecipare a questo workshop, di cui apprezzo e condivido l’impostazione di ricerca aperta.

È in atto una indubbia rivoluzione della comunicazione digitale, che nel suo vertice è giunta a un nuovo livello: ora siamo (o possiamo essere) noi a produrre i contenuti veicolati in rete, non più (o non solo) una casta di addetti ai lavori. Possiamo creare e non subire, o subire meno. È il cosiddetto Web 2.0: ora possiamo produrre contenuti multimediali (testi, foto, musica, video…) e comunicarli condividendoli istantaneamente con il resto del mondo, attraverso una miriade di siti Internet.

Che io sia un fotografo, un musicista, uno scrittore o un semplice appassionato di qualunque materia o disciplina, posso veicolare le mie produzioni e i miei pensieri alla comunità internettiana. Il vuoto di comunità nella vita reale, tende a essere riempito dall’ambito virtuale, che crea gruppi (una della parole più diffuse, e forse abusate, in Internet) di condivisione, sotto-comunità spontanee attorno a una passione, un tema, un’area geografica, una forma comunicativa. La logica del mercato è ovviamente presente: quanto più un Sito crea comunità, con accessi e persone che vi partecipano, genera raccolta pubblicitaria e fatturato.

Sintetizzando, del Social Network in atto, abbiamo cominciato a intravedere effetti sul piano sociale e individuale, di cui non è facile prevederne gli sviluppi a lungo termine:

1)      L’aggregazione spontanea passionale centralizza il gruppo e a suo modo contrasta la tendenza disgregatrice degli individualismi non-comunicanti del capitalismo avanzato, dà corpo a forme associative e tensione all’aggregazione, al mutamento sociale e all’unità universale, come teorizzava da Fourier nel suo Falansterio;  

2)      La scomparsa del privato, nella misura in cui vengono condivisi in Rete anche pensieri minimi o vicende personali (foto di matrimonio o video sexy girati con la fidanzata), in un intreccio di sete di essere e di comunità, grottesco, nevrosi e pornografia, quale quello messo in scena dall’invasione dei reality-show: fenomeni reali che spostano i limiti tra pubblico e privato e ci chiedono di ripensare i nostri termini etici;

3)      L’azzeramento dello spazio e del tempo, per i caratteri istantanei, sincronici e senza ostacoli posti dalla distanza; una dimensione nuova, mai esplorata prima, di socializzazione;

4)      La condivisione della conoscenza, che tende a contrastare la monopolizzazione dell’informazione nella società post-moderna. Vedi Wikipedia: un’enciclopedia globale, multilingua, interamente scritta e aggiornata quotidianamente da un gruppo di persone autocostituito e non prescelto da qualcuno, che mette a disposizione di tutti le proprie competenze specifiche, creando definizioni  dinamiche e quanto mai reali. Si può parlare di albori della Società della Conoscenza e di una utopica democrazia della cultura, o sarà solo un’altra forma di controllo più raffinato?

Alla luce di quanto sopra, occorre chiedersi: cos’è oggi reale?  Sia la vita reale che quella in Rete possono essere entrambi virtuali o reali, nella misura in cui producono alienazioni o incontri profondi con l’altro. Ha perciò ancora senso questa divisione? Forse no, anche se occorre vedere la cosa in termini complessi, considerando in primo luogo la quantità e qualità di tempo mentale investito in ogni ambito.

Internet è un luogo, un territorio, una dimensione reale, se reale è il coinvolgimento dei soggetti e l’impatto sulle coscienze, sulle conoscenze e sui diversi aspetti della quotidianità. Ma è bene tener presenti tutte le implicazioni di un pieno virtuale che riempie un vuoto di fruizione e di comunicazione “dal vivo”: restiamo esseri sociali che si nutrono di sensazioni ed emozioni che possono essere vissute solo mediante relazioni col corpo. La nostra totalità è nel corpo, senza il quale si possono produrre forme varie di alienazione, ma occorre ricordare che tutta la cultura, l’arte e la letteratura è una rete di relazioni virtuali che diventano reali entro una comunità (ri)nascente e diacronica. È chiaro però che siamo a un passaggio epocale, a una trasformazione dei modi in cui comunichiamo e ci rapportiamo all’altro: è vero che oggi spesso (soprattutto i più giovani) avviano relazioni in rete, per poi svilupparle e concretizzarle fuori di essa.

La Rete e il virtuale sono dunque una nuova propaggine che amplia i nostri modi di essere, la nostra natura e la vita reale. Vanno superati sia il rifiuto che l’esaltazione acritica e fanciullesca, evitando cadute ideologiche pro o contro. Occorre però essere consci del problema di una metabolizzazione matura del moltiplicarsi di possibilità, per farne arricchimento di conoscenza e di scambio sociale, altrimenti si producono solo nuove forme di alienazione.

Credo che siano in atto entrambe le tendenze, di qui la necessaria complessità di analisi, sia delle spinte disgreganti (per es. tra chi utilizza la realtà virtuale e chi la subisce), sia delle sollecitazioni aggregative. Tutto questo riguarda anche la poesia. Sulla carta o in rete, le nuove potenti macchine tecno-economiche non cancellano, anzi esaltano a mio avviso ancora di più, la necessità di una poesia capace di dire la verità del mondo attuale, di essere cioè presente e parte di questo e non mondo a parte, il che è impossibile senza una visione e un pensiero critico su di esso. Pensiero che si estende al fare poesia e alle poesie che, sulla carta e in rete, ci servono per sentirci più vivi e presenti, qui e ora.

Molta poesia circolante e a caccia di visibilità tende invece a dividersi tra una riva bassa (minimalista e intimista) e una alta (di ipersimbolismi, cerebralismi, o sovraccarichi ideologici). Sulla carta e in rete va cercata e promossa quella che ho chiamato terza riva, capace di coniugare complessità e transitività dell’esperienza viva e del corpo, quali veicoli di presenza, condivisione e rifiuto di ruoli ancillari/ornamentali chiusi nel letterario. Sono risultati che, se non sono garantiti, sono sicuramente favoriti quanto più la poesia prova (almeno) ad accogliere in sé i termini in cui è oggi costretta e resiste la vita, e che per questo pone all’ordine del giorno del proprio fare il bisogno di ripensare il mondo entro nuove prospettive. Tensione inscindibile da una poesia che tende a ricongiungere soggetto e totalità, medium capace di incarnare le parole di Walt Whitman: “nessuno parla da solo. Tutto è detto…da un numero immenso”.  
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domenica, 29 aprile 2007
Io sono orizzontale di Alessandro Ansuini

Sylvia Plath, prima di mettere la testa nel forno, apriva la sua poesia con le parole: "Io sono verticale, ma vorrei essere orizzontale". Le sue parola, della metà del novecento, calzano quanto mai bene a quanti, scrittori o poeti, si trovano a doversi rapportare con la diffusione della propria opera nell'anno 2006, quasi 2007. Lungimirante fu il gruppo Luther Blisset, ora Wu Ming, ad aprire le porte ad un nuovo metodo di fruibilità delle parole che le case editrici appellarono immediatamente come "bizzarro" o una "furbata". Sto parlando del Copyleft, ossia della possibilità di rendere disponibili i propri testi scaricandoli dalla rete, sia parzialmente che integralmente, con l'unica regola che questo download non abbia fini di lucro per colui che scarica o terzi. Successivamente sono arrivati i creative commons, che offrono un copyright flessibile (http://www.creativecommons.it), gli open sources, che garantiscono e sanciscono il diritto per chi entra in possesso di un software di averne accesso gratuito al codice. Gli open sources, così come il copyleft, fanno leva semplicemente sul mercato virtuale, che attinge sempre nel luogo dove esiste una possibilità gratuita che, col passare del tempo, diventa irrinunciabile per chi voglia affacciarsi sulla rete e proporre un'idea, un prodotto. Per chiarire meglio, le società di software non possono più richiedere denaro per un aggiornamento se esiste un'altra ditta di software che quell'aggiornamento lo dà gratuitamente, poiché il mercato non la sceglierebbe a priori. E non esiste manipolazione pubblicitaria che tenga su internet, non esistono imposizioni di marketing, non esiste il lavaggio del cervello, non esiste la verticalità che dà la voce grossa al potente e schiaccia il piccolo. Perché il piccolo, muovendosi orizzontalmente attraverso una serie di sinapsi riesce ad attingere a qualsiasi risorsa desideri. Provarono a far chiudere Napster, con i risultati che sappiamo, ossia la proliferazione di peer-to-peer che permettono di scambiarsi i file (io mi connetto con te e scarico quello che mi pare. Io e te creiamo un posto dove anche altri possano portare il loro contributo e prendere i nostri. E così via). Ora, l'attuale Ministro dell'Istruzione Fioroni vorrebbe inserire una sorta di regolamentazione degna del regime di Pechino, quando chi propone questa cosa spesso non sa nemmeno accendere un computer. E anche questo è un fatto: la totale incompetenza dei nostri politici - evidenziata in campi che dovrebbero essere di loro competenza - di fronte all'informatica diventa un baratro incolmabile. E allora ecco che alla comparsa dei blog l'allora ministro Urbani decise - senza sapere assolutamente quel che stava dicendo - che ogni blogger avrebbe dovuto stampare le proprie pagine e spedire alla biblioteca più vicina per chissà quale censimento o catalogazione. Il ministro ignorava che solo in Italia venivano prodotte già allora più di un milione di pagine al giorno, il ministro ignorava di trovarsi di fronte ad un mare difficilmente arginabile, il Ministro, in sostanza, non sapeva affatto di cosa stesse parlando, e non lo sa neanche l'onorevole Fioroni il cui blog era zeppo di link a siti porno.
Se si vuole spostare il discorso sulle case editrici, per esempio, che è un argomento che ci interessa, scopriamo che anch'esse ancora non sanno cosa sia il copyleft, non riescono a capirlo, si muovono nei loro labirinti polverosi nella speranza che i paletti che sono riuscite a imporre finora alla televisione, ad esempio, riescano ad attecchire anche nella rete. Reagiscono pubblicando scritti di comici televisivi, veline, calciatori. Ma la rete, grazie a dio, non solo se ne frega dei meccanismi validi nella realtà, ma ne risulta totalmente indifferente al punto che presto o tardi, e siamo nel mezzo dell'oscillazione della bascula, tutti dovranno venire a far i conti con un metodo di condivisione delle informazioni "orizzontale", se non altro per volontà di volersi accaparrare quella fetta enorme di mercato che non se li fila, e per farlo non potranno più dettare le regole, ma scendere a patti con l'anarchica rete, che non ti dice mai la verità, peggio di un Ministro dell'Economia. Ora, quale giovamento può apportare questo ad un autore che voglia diffondere i propri scritti? Diciamo subito che le opzioni sono moltissime, la libertà è lasciata al singolo utente, che spesso si trova spaesato di fronte a una mole di scritti che possono essere pubblicati quasi a prezzo di costo (www.lulu.com) e che spesso rimangono "vivi" solo nel virtuale, mentre non riescono ad emergere in forma cartacea dalla rete. Su questo vorrei proporre un ragionamento che segue la dinamica della rete e vuole applicarla fisicamente al reale. Il peer to peer, la condivisione di dati a cui accennavo prima, può essere reso metafora e applicata alla poesia, per esempio. Vediamo come. La mia è ovviamente, solo una ipotesi/proiezione che nel mio piccolo, come i filosofi di una volta, sto mettendo in pratica. Immaginiamo di creare un luogo che ospiti fisicamente "eventi letterari" - sotto l'ombrello dell'accezione eventi letterari potremmo far rientrare tutto, a discrezione del creatore del luogo, dal reading alla performance audio visiva, dalla lettura sonora al teatro - questi luoghi virtuali di condivisione faccia a faccia della poesia, fungerebbero come l'archivio del nostro computer che rende accessibili i nostri dati ad altri che fanno lo stesso con noi. Io creo un posto dove far esibire, e vado in posti di altri creati con lo stesso intento. Tutto ciò è abbastanza spontaneo, se io ho un posto dove faccio fare i reading, sarà abbastanza difficile che io stesso possa occupare tutte le serate ma avrò necessariamente bisogno di altri per confrontarmi, per dare eterogeneità nella mia offerta, per far ascoltare ad altri autori che ci hanno magari colpito in un'altra occasione. Sarei un computer abbandonato in uno scantinato se non m'aprissi agli altri.
Si potrebbe cominciare con la propria zona di appartenenza, nulla è meglio di ciò che si conosce, ad ospitare e creare eventi di questo genere. La fantasia è libera. Si può deciderlo di farlo dentro agli alberghi, nelle librerie, nei ristoranti, nelle enoteche. I più creativi assalgono anche le pasticcerie, i club, le discoteche, gli Arci, la propria cantina di casa. Ospitare nel proprio luogo gli autori che la rete, mercato amplissimo e sempre aperto, ci ha fatto conoscere, ci dà la stessa importanza dell'avere un computer per poter scambiarsi i file. Totalmente indipendente.
Immaginiamo ora che questa rete si diffonda sul serio, e comincino a nascere posti che se diventeranno di culto sarà solo per il buon lavoro che è stato fatto, ma che comunque saranno sempre legati alle altre cellule della rete, dove si potrà ascoltare quanto di buono o di pessimo propone la poesia o la letteratura contemporanea.
Se proviamo ad immaginare un accadimento del genere, ci accorgeremo che si potrebbe avere una proliferazione tale di questa endemica minaccia, al punto di "costringere" le grandi case editrici a venire a vedere cosa succede nei sotterranei orizzontali nati dalla rete ma del tutto reali. Poeti e scrittori totalmente sconosciuti al mercato dell'editoria ma conosciutissimi nell' "altro mondo". A me piace immaginare questo, e sto tentando di metterlo in pratica nel mio piccolo. Che ognuno si faccia operaio della poesia e nella propria città, paese, frazione, crei il proprio nucleo di condivisione reale. Con le proprie forze, con il tempo che ha a disposizione. Il futuro ci dirà se questa mia è stata solo una visione, un tentativo caduto nel vuoto, oppure una lungimirante prospettiva di quello che potrebbe accadere se decidessimo una buona volta di essere protagonisti in quello che facciamo e assumercene oneri e onori, partecipando attivamente a quello che è la nostra passione, in questo caso la poesia e la letteratura. Per questo io voglio modulare il mio canto assieme a quello di Sylvia Plath adeguandolo al presente e dichiarando a piena voce: io sono orizzontale.
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domenica, 29 aprile 2007

Antipatia per la merda di Andrea Rossetti.


La poesia, la parola poetica, è destinata tragicamente dal linguaggio all’olocausto di se stessa. La devianza metafisica della lirica, che per secoli ha creduto di poter esorcizzare l’olocausto mediante la confessione, l’oleografia sentimentale romantica da una parte - poco importa se eroica o pastorale, intimista e crepuscolare o declamatoria e socialmente impegnata – e il nitore classico della forma apollinea dall’altra, è andata incontro al suo esaurimento degenerando nell’industria culturale del kitsch e dell’estetismo melodrammatico. L’homo faber, che per Gramsci giustamente non poteva non essere anche homo sapiens e che il Rinascimento aveva esaltato nella sua orgogliosa padronanza della propria vita e della propria fortuna, si è trovato a fare i conti con un ideale uomo medio, prodotto delle statistiche e delle indagini di mercato, è diventato di volta in volta utente finale, consumatore, spettatore, proiezione umanoide di un parametro puramente tecnico. La volontà di potenza, non trovando il super-uomo, ha infine normalizzato l’uomo dell’età della tecnica. Nulla di più lontano dalla poesia, linguaggio per eccellenza tendente all’autoreferenzialità e quindi all’oggettività spirituale, ben lontano in essenza da qualunque soggettività (anche l’antica diceria scolastica secondo la quale il poeta sarebbe colui che mediante il linguaggio rende universale il relativo è stata ampiamente spernacchiata dalla produzione su scala industriale della canzonetta popolare). La volontà lirica di dire si è mostrata non solo fallace ma anche un eccellente cavallo di Troia per la volontà involontaria per eccellenza: quella, appunto, dell’uomo medio, oggetto e soggetto del mercato globale della cultura. Il problema della poesia è ed è sempre stato, in sostanza, quello della volontà e, quindi, quello del soggetto e, infine ancora, quello della metafisica lirica della metafora che fatalmente è stata condotta dal cuore alla coratella senza soluzione di continuità.
Su questa degenerazione di fondo, che costituisce il problema laddove si preferisce porsene di fittizi solo perché risolvibili a priori con le modalità sostanzialmente logodiarroiche del sociale e del politico (sostengo da sempre che la deiezione è, con la chiacchiera, l’atto sociale per eccellenza), l’avvento di internet è stato assolutamente irrilevante se non fuorviante e peggiorativo. La rete, infatti, è per definizione un medium passivo e illimitato, privo di filtri e sostanzialmente al di fuori delle leggi, nonostante i ripetuti tentativi di dargliele, che si propone in due vesti fondamentali: una vetrina a buon mercato aperta a tutti e il luogo di un mercato primitivo, fondato sul baratto, sul piccolo scambio, su dinamiche episodiche e ingovernabili nel senso di una continuità strutturale quando non sulla truffa. Indubbiamente la rete è stata una risposta alla richiesta di spazi aperti per una creatività frustrata dalla palude politica ed economica della cultura ufficiale, dall’impenetrabilità dei media tradizionali, dal filtro pigramente istituzionale o addirittura apertamente malizioso dei soliti boiardi di destra e soprattutto di sinistra, paghi del loro ruolo di ortolani di un orto di plastica, di una cultura che celebra se stessa solo per dichiarare periodicamente la propria sopravvivenza, priva di autentica passione, di gusto per la scoperta, di coraggiosa curiosità, all’ombra della quale crescono pochi nuovi boiardi sempre più organici, sempre più inutilmente boiardi. A tutto questo la rete è stata – dicevo – una risposta, ma di sicuro una risposta inadeguata.
Il problema sta nel fatto che dietro alla rete, dietro al suo presunto antagonismo, agisce sempre e solo una variante di quella volontà in dissoluzione della quale dicevo all’inizio. Il sogno anarchico di una bohème virtuale è in realtà soltanto una rappresentazione romantica plastificata per un fenomeno che è destinato ad avere la sorte di tutti i sogni anarchici: l’assimilazione o l’anonimato virtuale. Alcuni dei poeti nati e cresciuti su internet, tra blog e portali di pubblicazione aperti a tutti, dalla casalinga che piange in versi la sua maionese impazzita al professore trombone con l’uzzolo della rima baciata per arrivare fino allo studente liceale che accompagna i suoi versi maledetti con la foto in cui somiglia a Kurt Cobain nella speranza di rimorchiare qualche squinzia che scimmiotta Asia Argento, sono destinati, per caso o per diritto di nascita, a essere chiamati per cooptazione dai grandi boiardi a occupare qualche poltroncina da boiardo minor; agli altri, invece, l’assoluta passività del mezzo e la sua natura di mero contenitore incapace di dotarsi di filtri selettivi, ovvero di un radicamento all’interno di parametri culturali forti e vitali, assicurano un sostanziale anonimato virtuale, ovvero una notorietà marginale capace di investire un pubblico che può andare da poche decine fino a un massimo di qualche centinaio di persone e la cui portata viene spesso emotivamente enfatizzata dallo spettacolo narcisistico di un microdivismo fondato su effimeri misuratori di popolarità quali i contatti, gli accessi, i commenti e, in quei portali che li contemplano, i voti. Più che uno strumento anarchico di rilancio della poesia, internet mi pare, quindi, un’immensa fiera di patetiche vanità non diversa qualitativamente ma solo quantitativamente da quell’ammuffita cultura ufficiale verso la quale in teoria dovrebbe porsi con modalità antagonistiche. Alla selezione ufficiale operata dalla congrega dei pomposi morti viventi di città che scrivono sui giornali, che lavorano nelle case editrici e che vanno in televisione si oppone l’assenza di selezione di questo mondo di piccoli zombie di campagna in cerca di notorietà spicciola e a basso costo. Nulla di sostanzialmente diverso, proprio perché a fare o non fare la selezione è in entrambi i casi il narcisismo, sottoprodotto consumistico della volontà lirica di dire.
La poesia, prodotto per eccellenza senza mercato, è stata sostituita dallo spettacolo – grottesco nei casi peggiori, nei migliori triste – dei poeti. In rete e fuori. Ma il declino che si è compiuto non ha origini recenti: iniziò molto tempo fa, quando l’assolo della lirica subentrò alla coralità della tragedia, celebrando l’avvento di un’antipoetica volontà di dire.
Internet non può aiutare la poesia perché la sola cosa che si può e si deve fare per la poesia è aiutarla a morire: l’eutanasia della lirica è la condizione che, ottenendo l’auspicabile estinzione della categoria dei poeti (iscritti ai sindacati e con regolare posizione inps), può resuscitare la tragedia, che è poesia in essenza, in quanto linguaggio non compromesso col narcisismo o con la notorietà di chicchessia.

L’attore è colui che pratica l’eutanasia alla lirica agonizzante, il nuovo poeta tragico, il mistico assoluto, cioè assolto dal qualunquismo mistico – internettiano, accademico, gazzettiero o televisivo, poco importa - di un qualunque imperatore-dio.

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sabato, 28 aprile 2007
La rete, la poesia e il postmoderno di Mimmo Cangiano
 
La rete, nel caso particolare la poesia in rete, sembra presentare, questa la tesi del mio breve intervento, gli stessi vantaggi e gli stessi svantaggi inerenti all’età postmoderna e alla speculazione postmodernista. Non credo si tratti di stilare una classifica dei siti e dei blog che meglio trattano l’argomento, che presentano più informazioni e più “autorevolezza” per gestirle, né è il caso di dare un giudizio, positivo o negativo che sia, sul fenomeno. Il fenomeno è davanti a noi, va affrontato, compreso e, per quanto possibile, gestito. Qualche anno fa Manuel Castells concludeva la sua Galassia Internet rivolgendosi ad un’immaginaria persona che della rete non voleva far parte, che voleva essere lasciato solo, che voleva soltanto, testualmente, “vivere la sua vita”. Ebbene Castells diceva di avere delle brutte notizie per lui, concludeva che se pure non ci occuperemo della rete sarà comunque la rete ad occuparsi di noi.
Le consuetudini, questi “indeboliti” fatti, hanno nel nostro tempo (il tempo delle interpretazioni) il loro valore, e se la poesia su Internet fiorisce e progredisce sarà un comportamento poco intelligente quello di chiudere gli occhi davanti a questa nuova situazione. Parafrasando un detto famoso dobbiamo, in qualche modo, portarci col pensiero al punto da riuscire a capire che la poesia in rete è al tempo stesso la cosa migliore e la peggiore che potesse capitarci.
Quali i vantaggi? Se consideriamo la questione da un punto di vista puramente pratico la rete offre velocità, visibilità a basso costo, possibilità di bypassare i “virtuosi” meccanismi editoriali. Non è poco, ma il suo senso più utile, più performativo, va ovviamente ricercato altrove: la rete offre apertura, comunicazione libera e orizzontale, possibilità di realtà che si aggregano dal basso.
Se davvero siamo entrati nell’era della fine delle grandi narrazioni, l’indebolimento del tessuto cognitivo che la rete comporta nel fruitore, perché volente o nolente lo comporta, non potrà essere considerato semplicemente come un qualcosa di negativo. La confusione ideologica (e una poetica è sempre un’ideologia, anche quando vuole essere una poetica di fine delle ideologie) che la poesia in rete permette può essere un fattore positivo in quanto “contaminante”; la velocità di percezione con cui fruiamo le idee (o le poesie) provenienti dalla rete permette la formazione di un universo dialogico in perenne movimento, senza centri di autorità, dove anche l’errore non può essere considerato come tale, ma solo come tappa di un processo conoscitivo destinato a non avere una meta fissa. Navigare in Internet è un po’ come navigare nel pensiero dell’erranza che, lungi dal significare “sbaglio” (l’idea di sbaglio esiste solo se esiste una fondamento assoluto di Verità), significa, di nuovo, movimento, spostamento continuo fra verità con la v minuscola.
La poesia in rete perde quel suggello di potere e autoritarismo che la carta stampata comporta. Certo, come osservava Foucault, anche un libro non ha mai “confini netti e rigorosamente delimitati, esso si trova preso in un sistema di rimandi ad altri libri, ad altri testi ad altri frasi”, ma la rete rende certo più labile l’illusione dell’unica fonte generativa, gioca un po’ il ruolo che il neostoricismo di Greenblatt assegna al teatro: il teatro come la letteratura vive, solitamente, di un testo scritto, sappiamo tutti benissimo che quel testo non è il portato di un singolo autore ma di un’intera cultura, anzi di intere culture che nel processo del divenire storico modificheranno gli orizzonti di comprensione di quel testo modificando il gusto, ma nel teatro, proprio per il materiale allogeno che questo tipo di arte comporta rispetto al testo scritto, l’illusione dell’unico principio generativo si indebolisce, l’opera d’arte, più chiaramente, non è il portato di un singolo autore. La rete, favorendo un processo di percezione sinestetica, gioca un ruolo simile. Essa non può essere considerata un supporto al cartaceo, è qualcosa di profondamente diverso, perché è l’avventura nella rete dell’appassionato di poesia che è profondamente diversa (e per questo motivo ho poco interesse per quei blog che non permettono commenti. Sfruttano della rete il vantaggio della velocità e della visibilità ma perdono la sua apertura, rischiano in questo modo di fare di Internet un mero sostituto, peraltro meno autorevole, dell’editoria). Non fruiamo ovviamente del mezzo internet come fruiamo di un libro, non leggiamo un testo dall’inizio alla fine ma ci muoviamo tramite collegamenti, tramite link, costruiamo da noi la nostra mappa di ricerca: la dimensione di web community stravolge la logica tradizionale dell’editoria rendendo sfuggenti target, mittente e destinatario.  
Cominciando dunque a tirare le somme diremo che il vantaggio principale offerto dalla poesia su Internet è quello dell’orizzontalità, della contingenza. Contingenza in primo luogo del mezzo stesso in quanto sempre suscettibile di modifiche e contingenza, in seconda battuta, in quanto obbligo ai naviganti di muoversi in un universo polifonico dove le valenze assolute sono continuamente soggette a crisi, ripensamenti, contraddizioni. Aggiungo di sfuggita che, forse per congenito conservatorismo, la poesia in rete ha finora conosciuto solo marginalmente il fenomeno dei fakes e con esso quella vasta gamma di atti di sabotaggio culturale che, molto in voga negli anni d’oro della postmodernità, ha trovato grazie ad Internet nuova linfa vitale - si pensi al Luther Blissett Project – e che, lungi dall’essere solo uno scherzo, mette in guardia contro derive narcisistiche e autoritarie in un’apologia del falso e del gioco.
Ma anche gli svantaggi non sono pochi e sono direttamente correlati, come ben sanno i detrattori del postmodernismo, ai vantaggi. In primo luogo l’orizzontalità è foriera di confusione: l’assenza di nuclei solidi a cui fare riferimento, il bailamme di posizioni mal chiarite proprio a causa della brevità di esposizione che Internet quasi sempre pretende (un esempio facile e frequente: post, commento di critica al post, nuovo commento dell’autore del post, breve schermaglia e infine frase del tipo: “ma in fondo stiamo dicendo la stessa cosa” e risposta del tipo “felice che ci siamo spiegati”, quando in realtà un osservatore attento vede chiaramente che le due posizioni restano inconciliabili). L’assenza di conflitto che questo meccanismo può instaurare può tramutarsi in un’assenza di crescita, di miglioramento, di progresso.
Dal momento che è poco interessante interrogarsi sulla malafede di chi, per proprio tornaconto personale, preferisce non farsi nemici, devo chiedermi se non sia il mezzo stesso a permettere e a facilitare comportamenti di questo tipo, e devo darmi una risposta affermativa. Internet mentre permette, nella semi-illimitatezza di informazioni che offre, la creazione di uno scenario sempre più complesso e, dunque, sempre più preciso e sfaccettato, dà adito (forse proprio a causa di questa complessità che non riusciamo ad organizzare) al proliferare di posizioni stemperate, semplificate e, in ultima analisi, conformiste. La domanda non è allora “siamo favorevoli o contrari?” la domanda è “sapremo controllare la possibilità di un’apertura illimitata e dunque di una confusione illimitata?”. Che questa ci faccia paura è un fatto, ma la soluzione, per tornare a Castells, non può certo essere quella di voltarsi dall’altra parte. La poesia in rete è un fenomeno che va al di là della nostra posizione (siamo noi celebratori dei valori di diversità, pluralità e scelta o preoccupati da quella che Robert Putnam ha definito la “cyberbalcanizzazione” - porta d’ingresso per la dissoluzione dei valori sociali e dell’impegno civico), inoltre la rete accogliendo in sé la poesia e l’indagine sulla poesia ha inevitabilmente modificato l’una e l’altra. Siamo più che mai dentro al labirinto, cominciare ad affrontarlo o a venerarlo è secondario, dobbiamo prima lavorare per cercare di capire come è fatto.
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sabato, 28 aprile 2007
Non frequento molto i blog, anzi, diciamo pure che non li frequento affatto. Sono stato però incuriosito da tutto questo gran parlare intorno a queste nuove realtà; mi ha affascinato il concetto di comunità virtuale resa virtuosa dalla creazione e discussione e discussione del contenuto stesso: la poesia.
Così sono andato alla ricerca di qualcosa da leggere anche perché ritengo imprescindibile provare ad aderire alla realtà che si trasforma, cercando spazi di non commerciabilità, in barba alle “severe” leggi del mercato (editoriale e non), agli editor e ai padroni dei “negri” -mi si passi il termine nella sua accezione bukowskiana. A tutto un sistema che ha fatto diventare l'espressione di se, un mercato. Sono andato in cerca di qualcosa da leggere, dicevo, e non sono rimasto da solo per molto tempo, tutt'altro: la quantità di materiale è veramente rilevante -per inciso : della qualità non ne discuto, mi ritengo una persona abbastanza fortunata, leggo solo ciò che mi piace e se una poesia è bella per me, allora leggo una bella poesia e dico :”cazzo, bravo lui lì!” (o lei: perché molte sono le poetesse, molte più di quante non se ne trovi negli scaffali delle librerie o , vivaddio, nei testi scolastici.
Dicevo del materiale: molte pagine da me visitate sono piene di commenti, di critica, di pagine di diario e di soluzioni editoriali sempre più accattivanti. Dopo un po' mi sono chiesto se stesse nascendo un nuovo modo di scrivere, una nouvelle vague al contrario, che invece di recuperare il grado zero della scrittura, se ne vada invece verso la creazione di un'altra elité: ognuno cerca i propri spazi di visibilità, ognuno vuole piazzarsi in un'Arcadia i cui margini siano difesi da un buon numero di fedeli -visitatori e, in qualche modo, ognuno cerca di cantare il proprio Osanna confidando nel fatto che se costruiamo qualcosa in un luogo affollato, non si predica proprio in mezzo al deserto.
Non voglio in questo modo esprimere un giudizio: il fatto stesso che esitano luoghi di aggregazione la cui insegna è la creazione poetica è sufficiente a farmi apprezza questo movimento mediatico.
Nel migliore dei mondi, informatici e non, la scrittura, l'espressione artistica e il confronto orizzontale sono l'humus più ricco per coltivare un'umanità sicuramente più aperta: se poi aggiungiamo la capacità di permeare il tessuto sociale in maniera trasversale (economicamente e culturalmente) ecco fatta la grandezza della cosa. Sono inoltre convinto del valore di “bottega artistica” e artigiana della discussione
speculativa: insomma ben vengano gli Ipod e le suonerie poetiche, sicuramente potremmo avere tutti molto più spazio per muoversi cercando di arrivare prima della pachidermica macchina delle case editrici.
Mi sono perso: ho pensato a Omero, alla necessità tragica, a come probabilmente il semitico settentrionale abbia salvato fonti letterarie arrivate a noi come bibbia. Omero dicevo: cantava circa 200 anni dopo le storie e gli avvenimenti, mescolando folklori diversi in un'unica vicenda, usando una lingua che era andata perduta, recuperandola in una tradizione orale che voleva la scrittura un fatto puramente mercantile, in realtà appannaggio di un mondo che non voleva la diffusione di troppa conoscenza.
E se i bloggers, creatori di un mondo espressivo, portatori di un codice desueto, ma ancora attivo, un giorno pensassero “uscire” dagli schermi, cosa succederebbe? Questo non è un consiglio: non sono in grado, né come scrittore, né a livello personale di dare consigli a nessuno, piuttosto è qualcosa che mi piacerebbe vedere: una bella invasione poetica della realtà, quella di tutti i giorni, The First Life.it prima di tutto.
In margine alle piazze commerciali il fenomeno blog (salvo un collasso tecnologico) è inarrestabile, come le pasquinate sotto le statue dei papi: credo che molti proveranno a mettere le mani sulla rete, a cristallizzare, codificare in una parola a vendere. Ma, per quel poco che ci capisco mi sembra che basti davvero poco a creare un'altra piazza, un'altra rivista, un altro forum.
Sulla carta, su uno schermo o passato di bocca in bocca, le parole che ci scambiamo hanno valore se sono necessarie all'altro, se rispondono all'esigenza di comunicare qualcosa, quando il processo di analisi non supera il vissuto.
David Napolitano
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venerdì, 27 aprile 2007

“ La speranza è nell’opera “ scriveva Cardarelli, ed ora la volontà libera delle giovani generazioni della poesia si misura per toni e consonanze in rete, aboliti ruoli vetusti ne vengono assunti di nuovi, e così siamo spettatori di una svolta epocale. Blog, siti, riviste telematiche, offrono allo sguardo di ognuno l’innocenza della scrittura ma anche la topografia concreta di una parola che torna al significato – mentre sui media tradizionali si disintegra per sottrazioni ideologiche, o si muta in fatui miti di progresso – ed osa farsi architettura, habitat, e dobbiamo riconoscerlo. Questa seduzione di cui ancora la poesia è capace non deve sorprenderci: l’arte dei versi ha sempre accompagnato l’umanità nel suo incedere, ed il neofita della poesia sempre sarà un novello prometeo, un “ ladro di fuoco “. Come poeta e critico ho avuto modo di scrivere di altri poeti della mia generazione sui siti con cui collaboro e mi permetto di dire che sono tante le tematiche comuni, le felici sinergie che giustificano parole, azioni ed esperienze di tanti validi artisti. E questi accostamenti ( consci o inconsci, poco importa ) sono possibili soltanto grazie a siti come “ liberinversi “, “ dissidenze “, “ paginazero “, ed altri ancora, e perciò voglio ringraziare chi per pura passione vi lavora, ed insieme mando un sincero saluto a voi che a questo meeting siete venuti per riflettere sul futuro della poesia su internet.

Carlo Matteo Dentali

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venerdì, 27 aprile 2007
Solo qualche S/PUNTO - EVOLUZIONE DELLA SPECIE di Sebastiano Aglieco.
 
Il blog nasce come spazio privato, luogo di accoglienza di amici e conoscenti, riservato, all’inizio, a un ristretto gruppo di affezionati. Si potrebbe discutere molto sulla funzione sociale e simbolica di questo strumento, su quale “mancanza” informativa ha edificato il suo successo, ma entriamo nel campo dell’indagine sociologica che forse non c’interessa.
Vorrei solo dire che la caratteristica di salotto pubblico del blog, ha finito per costituire, nel tempo, la sua maggiore contraddizione, dal momento in cui l’utilizzo che se ne è fatto, smodato perché gratuito, cercava di superare il vuoto scavato da certe nicchie culturali, nel nostro caso dalle riviste letterarie e dall’assenza di una critica forte, militante.
Questa valenza salottiera dei blog è diventata contraddittoria e si è cominciato a sentire l’esigenza di una evoluzione della specie. Perché contraddittoria? Perché il blog ha amplificato sulla piazza ciò, che per sua definizione, il salotto, è cosa privata. Ha amplificato ciò che una volta era il pettegolezzo dei circoli letterari che trapelava attraverso le corrispondenze private ma che difficilmente riusciva a incidere sulle Storie. E’ come se dovessimo ricostruire la carriera del poeta Rimbaud, dico del poeta, non dell’uomo, basandoci essenzialmente sui racconti della sorella. Questa potenza di amplificazione del blog non incide con ciò che noi chiamiamo comunicazione. Ne accorcia le distanze e spesso fa venire a mancare l’attesa. Fa che si produca interferenza. Cultura è sintesi, non documento in presa diretta. E’ anche attesa, tutti aspetti che al blog mancano.
Al momento attuale, dovendo fare un riassunto di quali siano i principali nodi emersi in questi anni di lavoro, farei questa sintesi:

RAPPORTO COL CARTACEO : Sudditanza? Collaborazione? Integrazione? Snobbismo reciproco?

ETICA: Ruolo dei commenti, degli interventi esterni; collaborazioni, link, amicizie, atteggiamenti

STRUMENTI: armamentari estetici e filosofici

TEMI: indagini, nodi, risvolti, questione generazionali, rapporto con la società, presenza, influenza, rapporto con le Comunità, creazione di Comunità allargate

FUNZIONE METATESTUALE, metafore, tradizione, capacità simbolica

Vorrei sforzarmi di pensare il blog nell’arco di una tradizione di comunicazione, piuttosto che di una rottura con i modi tradizionali del parlarsi.
Io non credo che la comunicazione in Rete, in specifico blog, forum, etc…, abbia cambiato i modi e i riti che gli sono propri. Mi sembra piuttosto che ne abbia amplificato in maniera abnorme alcuni aspetti insiti. Parlo di situazioni comunicative di gruppo integrato, in cui nell’”integrato” inserisco tutto ciò che è metatestuale. Sarebbe meglio, in questo contesto, adoperare la parola setting. Il blog è una situazione di comunicazione di gruppo non paritario e non democratico ma elitario, piramidale. C’è chi propone, c’è chi prende la palla al balzo. Per le dinamiche di gruppo rimando a Bion.
Cioè, il blog cerca di costruirsi in gruppo, ma non ci riesce. Per esempio, gli interventi forti dei commenti, spesso rimandano a situazioni altre, il blog allora diventa un catalizzatore di emotività, una scusa per dire altro.
In natura esiste una situazione di questo genere che è l’avvicinarsi dell’estraneo in un branco, con tutto quello che ne consegue. E’ possibile fare del blog una metafora antropologica, per cui esiste la necessità della neutralizzazione di una certa carica negativa attraverso l’uso di strumenti (censura, avatar, anonimato, moderazione etc…). Tutti strumenti che fanno già parte delle istruzioni, diciamo della scatola di montaggio, altrimenti il giocattolo no funziona.
A me sembra che si senta da qualche tempo la necessità di uno sforzo verso l’idea di un progetto culturalmente ed esteticamente alto. Il blog come progetto culturale, non più diario privato. Per essere tale occorre un lavoro. Userei qui il termine “lavoriero”, che vuol dire lavorare insieme.
Questa è una premessa, probabilmente scontata in molti suoi punti, ma che mi serviva per essere propositivo ora:
Innanzitutto vorrei segnalare al momento attuale, la presenza di esperimenti - tutte le fasi di attraversamento di un dato fenomeno ne hanno bisogno. Sono esperimenti che vanno oltre l’uso del blog com’era, com’è nella sua funzione codificata. Ne cito alcuni: blog collettivi; blog riviste; blog metà diario metà genericamente altro, etc… Evidentemente si sente la necessità di un’ evoluzione che in questo momento si è fermata a una specie di situazione di attesa. I messaggi che arrivano ultimamente sono legati a una qualche stanchezza che ha ripiegato verso: la richiesta di un ritorno al cartaceo; una sottovalutazione della comunicazione in Rete; una chiusura dei commenti; un diluirsi dei tempi di pubblicazione dei materiali; l’esaurirsi di certi temi – tra l’altro la rete accelera i processi comunicativi, li accelera però quantitativamente, e in qualche modo brucia la riflessione, il tempo necessario, della sedimentazione.
Il rischio della frammentazione è evidente soprattutto nel porre sul piatto da portata i propri credi, i propri nomi, le proprie certezze. Mi sembra che noi dobbiamo evitare l’idea di un blog come “città stato” - per usare un’immagine - chiusa e fortificata, che si allea solo per andare a fare delle guerre. Ho usato per il mio, un’immagine che vorrebbe rendere l’idea di una koiné: “Radici delle isole” vuol dire proprio questo. Diversi, lontani, magari, ma capaci di riconoscere legami sotterranei, passaggi misteriosi da un posto all’altro.
Per lavorare intorno a un progetto culturale occorre rinunciare, forse, agli espedienti che ci danno “potere”, che ci fanno sentire al centro:
Se il blog non è altro che l’espressione di una comunicazione non tanto lontana da quella dei nostri progenitori semplicemente rivestita di tecnologia, noi dovremmo sforzarci di neutralizzare la carica offensiva della parola, parola come ancella del potere. Alla fine credo che il nostro compito sia culturale, etico, estetico…..
 
PROPOSTE OPERATIVE
  • Il blog come prolungamento, specchio, di quanto avviene nelle riviste e che non riesce e non può avere visibilità. Segnalo qui un gran movimento che sta avvenendo intorno ad alcune riviste, per esempio LA MOSCA, legato probabilmente alla necessità di rendere maggiormente visibile un pensiero, superando i nodi di questi anni per cui tutto si è giocato sulla tematica generazione e sull’affossamento delle esperienze di mezzo. Creazione, quindi, di figure di riferimento che, partendo dalle riviste, si facciano portatori di iniziative sulla Rete e conducano un’operazione di coordinamento e mediazione 
  • Uno sforzo di coordinamento che superi il tradizionale e ormai limitato favore personale dei link e vada verso un’assonanza tematica, capace, forse, addirittura, di un accorpamento, ma anche di chiusure; della creazione, magari, di piccoli gruppi di lavoro che concentrati intorno a micro aree tematiche
  • La creazione di un comitato di coordinamento nazionale basato su condivisione di compiti e strumenti 
  • La creazione di momenti di incontro, per esempio come questo, magari a scadenza annuale, per monitorare le situazioni
  • “La materializzazione del blog”, nel senso di un superamento dell’esperienza virtuale, rendendosi visibili in contesti comunicativi allargati:situazioni concrete, letture pubbliche, etc…
  • La creazione di una collana editoriale in Rete, nella funzione di una raccolta di materiali testuali ma anche di altra natura, riassuntivi, che abbiano la funzione di un archivio consultabile
La creazione di un decalogo, di un codice di comportamento, in cui ci si riconosca come operatori culturali da una parte, artisti dall’altra, tenendo conto di un’etica che non vada a cavalcare la nostra piccola fama
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