Cronaca del WORKSHOP di BAZZANO, il 28 Aprile 2007 di Piero Saguatti
La tavola rotonda organizzata in quel di Bazzano dagli egregi signori Ansuini e Fantuzzi, sullo stato attuale della poesia, inteso nello specifico come confronto fra un metodo di promozione tradizionale, e la realtà innovativa nonché dilagante di internet, ha prodotto un interessante dibattito culturale.
I relatori che si sono succeduti alla lettura ognuno delle proprie opinioni, relativamente al tema in oggetto, erano interpreti di tutto rispetto, poiché rappresentavano una frangia sufficientemente eterogenea e di qualità, provenienti sia dall’hinterland bolognese, sia da altre dimensioni geografico-culturali. Costoro, anche se per lo più emergenti, anche se appartenenti ai quadri periferici di un mondo ancora spocchiosamente elitario, hanno dato vita ad un coinvolgente confronto, ispirato appunto alla contrapposizione del “vecchio mondo” poetico con il nuovo che avanza.
Proprio questa velata e malcelata emarginazione, che ovviamente prescinde dai meriti assoluti dei singoli, ha ispirato i registi del workshop (mossi dall’esigenza di approfondire le diverse esperienze individuali), all’idea di un forum atto alla comprensione delle dinamiche attuali, volte a determinare l’affermazione delle voci poetiche. La domanda era in particolare, se esistesse davvero una convergenza comune di appartenenza fra gli invitati, per la quale riconoscersi come “alleati”. Ciò che ne è emerso purtroppo, a mio avviso, piuttosto che un verdetto scientifico fra un sistema convenzionale, gestito dalle case editrici e quello invece tecnologico (quasi anarchico), è stata la consapevolezza di essere di fronte, alla più classica, puntuale e perniciosa impotenza nel sovvertire ogni tipo di “regime” chiuso di mercato, ossia nel contrastare la lobby, sempre così tenacemente conservatrice.
Dopo un inizio forse un po’ scolastico, poiché limitato alla fredda analisi dei numeri, di dati percentuali, e di statistiche, comunque utili a poter quantificare il contesto e forse a decretare la palese sconfitta del mezzo virtuale (inteso come alternativa attuale al cartaceo), la seduta è poi decollata in una sorta di dialettica più aperta e spontanea, che ha visto un coinvolgimento più amplio e passionale, da parte dell’attenta platea.
Proprio questa fase di libero dibattito, non premeditato, ha reso il vero, evidenziando un quadro di paradossale staticità, offerto cinicamente dall’attuale contesto storico-culturale. La poesia contemporanea langue ancora fra i suoi conflitti ancora irrisolti, che si snodano in un ambiente polveroso, surgelato e poco affine alla realtà, peraltro vivace, che invece avrebbe voglia di urlare la sua possente voce, purtroppo trascurata. Le statistiche di cui sopra però, tenderebbero ad esplicitare un’attenzione disattesa (e quasi elemosinata in rete), che evidentemente non può passare nemmeno attraverso i blog, o forse non ancora, poiché i fruitori di poesia, che si voglia ammettere o no, non esistono. Un’attenzione che non si può trovare paradossalmente, neppure fra gli stessi poeti, poiché l’antica arte del poetare ha evidentemente e storicamente i suoi limiti fisiologici, non riuscendo a mutare e ad evolversi, nemmeno con l’aiuto delle tecnologie, che dovrebbero garantire un’opportunità concreta e una più amplia e comoda diffusione. La verità è, che chi scrive liriche, ha sì l’esigenza di visibilità, ma allo stesso tempo non è ancora pronto ad ascoltare i colleghi, e men che meno a spendere per riequilibrare le sorti di un mercato asfittico, che resta soverchiato dalla narrativa e dalla saggistica. Dunque parrebbe questo, uno stallo eterno e disperato, che tende a piantarsi irrimediabilmente in una palude di sterile abbandono, contribuendo così all’inevitabile censura degli autori, relegati nell’ombroso sottobosco privo di sponsor.
Io che non ero stato convocato come relatore, ho ritenuto opportuno non intervenire, per dare maggior spazio ai colleghi ufficialmente coinvolti, quasi fosse più impellente per me nella circostanza, poter ascoltare e capire quanto potessi identificarmi nell’esperienza altrui…ebbene tanto! Tuttavia, mi è parso a tratti che si stesse languendo in una specie di confessione collettiva, celebrante la resa, poiché le dinamiche contestuali al poetare, di certo urtano inevitabilmente contro un muro di gomma. Discutere del “sesso degli angeli”, ecco cosa si stava facendo, parlando di questioni trite e ritrite e anche un po’ irritanti. Così ho preferito non guastare la sacralità dell’evento intellettuale con il mio umile intervento, che avrebbe rappresentato soltanto un commento qualsiasi, di uno qualunque della massa uniforme di poeti senza volto e senza voce.
L’approccio emotivo all’oggetto del dibattito, ha messo tuttavia in campo una molteplicità di sentimenti, che spaziavano dalla fredda analisi, al distacco apparente, dalla mera rassegnazione, sino all’ironia o all’enfasi più teatrale, ma alla fine, noi tutti si era accomunati dalla consapevolezza che la pubblicazione cartacea ancora la vince sulle più virtuose alternative offerte ad esempio dal virtuale, tendente piuttosto all’auto referenza , e anche fin troppo dispersivo. Purtroppo impegni familiari mi hanno sottratto al prosieguo culturale, che prevedeva una kermesse serale dedicata alla lettura delle proprie liriche poetiche. Quest’ultima fase, condivisibile nella sostanza, era forse, appunto l’epilogo ottimale per poter zittire un mondo ahinoi “distratto” da tutt’altra roba, attraverso l’uso stesso dello strumento parola, intesa nella sua accezione più lirica. Peccato mancassi, ma congratulazioni sincere a tutti i colleghi che hanno organizzato e dato vita alla tanto piacevole, quanto inaspettata occasione meditativa, densa di suggestioni artistiche, tangenti ai noiosi schemi convenzionali. La località di Bazzano che ci ha ospitati, ha pure contribuito alla causa, per via della sua dolce connotazione periferica, contraddistinta dall’incantevole pace, così come la nostra centrifuga ma mirabile appartenenza artistica, sempre e comunque poetica, nonostante la titanica e sproporzionata concorrenza perpetuata dalle case editrici, un po’ criticate e un po’ snobbate, ma forse ancora unico e autentico punto d’approdo.
“il mio parere, in breve…”
io non credo che sia corretto stupirsi o piangersi addosso, perché la poesia da sempre è arte sottostimata o quanto meno considerata un po’ frivola, come dovesse rimanere sciocco retaggio di “donniciuole”, essendo vista come l’espressione di sparuti introversi, o di meditabonde creature associali.
La canzonetta invece, è da sempre sinonimo di spensieratezza, e alle volte, nonostante la leggerezza dei testi, pronta ad assurgere ironicamente a domini, a mio avviso considerati erroneamente culturali. Con questo, lungi da me l’idea di disprezzare l’arte cantautoriale a 360°, che peraltro conosco personalmente e continuo ad amare.
Credo piuttosto, che la responsabilità di veicolare l’attenzione anche sui versi, e di abituare gli occhi alla lettura anche delle righe poetiche (magari in modo scanzonato), non dipenda francamente da noi autori.
Eppure, se si apre qualche portale/forum (non parlo di blog, spesso totem di egocentrismo), i proseliti del poetare, si scopre siano numerosissimi, così da confermare quasi scientificamente l’esistenza latente di un potenziale ricco e trascurato, ovvero di un mercato miratamene ma ingiustamente soffocato dall’editoria.
Gli stessi concorsi poetici, risultano oggetto di costante e sempre crescente seguito, ribadendo l’inconfutabile dato positivo, ossia che l’interesse non manca, ma manca piuttosto un business che vada nella direzione del cartaceo con maggiore facilità, anche al costo di veder “sputtanare” quei mostri sacri, che ad oggi ancora creano tendenza e dipendenza intellettuale.
Insomma, proviamo a cambiare il volto della poesia, quell’idea distorta che muove l’immaginario collettivo, cioè che la poesia sia sinonimo di “cuore e amore”, e già un discreto passo avanti verrà fatto. Come diffondere questo nuovo messaggio, cioè che anche la poesia è arte dignitosa, che sorge su basi massicce e di qualità, fondate sia sulle fragili emozioni, che sull’amore, ma anche su stabili archetipi filosofici? Non è soltanto utopia, attendersi più attenzione verso un’arte immensa dalle enormi potenzialità, che abbraccia ogni dimensione sensoriale che l’uomo sia appunto in grado di percepire e tradurre in versi. Un bel gioco se vogliamo, senza limiti e ad oggi inossidabile, pronto a cambiare di continuo interpreti e il linguaggio, ma a sopravvivere all’evoluzione fisiologica dei costumi e del pensiero. Ebbene, l’operazione è difficile e ritengo debba partire dall’educazione scolastica, parimenti ad altre discipline, come ad esempio la musica e il disegno; deve coinvolgere quindi le istituzioni nella volontà di far interpretare la poesia come un’esigenza umana, piuttosto che un’effimera traccia, priva d’impatto concreto. Dalla scuola dovrebbe partire dunque l’innesco, poiché il mondo infantile è altamente ricettivo e capace poi di sorprendere, rielaborando nel futuro, quanto si è investito fra quelle piccole e vergini doti nascoste. Altri sistemi, non credo esistano, almeno nell’immediato, e nessuna “rivoluzione” penso nasca estemporaneamente, a meno che non si accetti di assoggettarsi alla sfida individuale, di poter appartenere anche noi a quella nicchia di eletti, restando pur sempre poeti pressoché silenziosi fra i tanti muti, che non odono.