Appunti per l’intervento di Bazzano su “BLOG E NUOVI MEDIA NELLA DIFFUSIONE DELLA POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA. IDEE E SVILUPPI FUTURI” di Fabrizio Venerandi.
salve, mi chiamo fabrizio venerandi, faccio parte del laboratorio bib(h)icante e qua leggerò brevemente alcune riflessioni sul blog e sulla poesia. Non voglio raccontare la mia esperienza con il blog del bib(h)icante e neppure quello del blog collettivo di lametoranti, che è maggiormente improntato alla prosa, ma cercare di mettere a fuoco alcuni punti per un ripensamento del blog e della poesia. Non sarà un discorso esaustivo, voglio soltanto lanciare alcuni stimoli e mettere in comune il mio punto di vista.
Personalmente non credo che valga la pena scrivere poesia, trovo che la poesia nella sua forma più lirica e meno compromessa con altri media, sia oggi un elemento più patologico che letterario, chi scrive poesia su internet lo fa spesso senza sapere esattamente perché lo fa e senza sapere per chi lo fa. Chi scrive poesia difficilmente legge poesia scritta da un proprio contemporaneo, e spesso e volentieri il lettore, non scrittore, della poesia compra e legge materiali scritti il secolo scorso, magari in traduzione. Il pubblico della poesia è quasi esclusivamente un pubblico di addetti ai lavori, ma di ‘lavori’ che -a livello economico- sono del tutto marginali perché appunto non esiste una domanda di poesia da parte di chi compera libri e la poca domanda che c’è, è saturata dalla stampa di gente morta da parecchio tempo.
Per quanto mi riguarda trovo che chi decide oggi di fare poesia abbia lo stesso ambito e la stessa dignità di chi decide di mettersi a colorare i soldatini degli antichi romani e di riprodurre fedelmente le battaglie storiche, un ambito para-specialistico in cui operano persone che non è detto che siano specializzate in quello che fanno, per una gratificazione estemporanea e gratuita.
Io sono venuto qua a bazzano per leggere le cose che ho scritto, per ascoltare quello che altri leggeranno, ma la verità è che non l’ho fatto per il bene della letteratura, ma per soddisfare il mio ego e dargli l’occasione di ufficializzare di fronte ad altri, disponibili ad ascoltare, il mio fatto di essere uno scrittore di versi, e lo devo fare a mie spese perché nessuno ha veramente bisogno adesso di ascoltare quello che sto dicendo o di sentire i versi che leggerò questa sera, perché non c’è bisogno della poesia altrui quanto c’è bisogno di affermare il proprio status poetico. Io sono qua perché stando qua adempio alla mia funzione sacerdotale della poesia, perché altrimenti, a stare a scrivere versi nel quadernino della mia cameretta, sarei un poeta da pippe. La poesia devo invece portarla fuori da me perché io sia riconosciuto come poeta e perché il mio lavoro abbia uno scopo e io una gratificazione al mio lavoro, visto che questa gratificazione non la potrei ottenere altrimenti.
Spesso sento parlare di cricche quando si parla dei gruppi di poeti e di critici (e anche di critici-poeti) che si imbiancano il sepolcro l’un l’altro, una specie di consorteria in cui poeti organizzano slam poetry a cui invitano altri poeti che a loro volta introducono altri poeti in sillogi presso case editrici per cui usciranno riviste-saggistiche cui altri poeti-critici ufficializzeranno i poeti che sono entrati nel ‘giro’ e che -in qualche modo- hanno ottenuto un loro status poetico a livello editoriale e critico. Non dico che questo non sia vero, anzi in un certo grado è proprio così, con diverse sfumature di serietà e di miseria, il fatto è che penso che questa cricca poetica funzioni, che lavori seriamente per produrre materiale in versi di una certa consapevolezza e qualità e perseveri nel costituire un meccanismo autoalimentante che di fatto serve a conservare nel tempo la loro stessa produzione; che sarà poi quella che resterà nei prossimi anni e quella che prima o poi finirà sulle antologie scolastiche (ultimo passo della poesia prima della morte per surgelamento).
Tutto il resto, i blog, i siti, le autoproduzioni di sillogi, le antologie pagate dai poeti che poi ci andranno dentro a me sembrano il surrogato povero dei meccanismi innescati da queste cricche poetiche di cui si parlava. Non si crea un blog di poesia perché ci sia bisogno di un blog di poesia, anzi diciamo meglio, si crea un blog poetico perché c’è una persona, e solo una, che ha bisogno che quel blog ci sia, e quella persona è chi scrive i versi che finiranno sul blog e che in molti casi finiscono sul blog perché non ci sono altri posti in cui farli finire. Da questo punto di vista trovo molti blog siti e newsgroup, non dico ‘tutti’ ma molti, dei luoghi adatti ad uno studio sociologico più che letterario.
Anche la mia presenza a bazzano, per me e non voglio universalizzare le mie motivazioni, ha più a che fare con una soddisfazione personale del tutto primaria e infantile, così come leggere i commenti di qualche anonymous al proprio blog innesca meccanismi che sono solo una grottesca imitazione di quelli che nascono per un attento vaglio critico da parte di quei critici-poeti che qua a bazzano forse non ci metterebbero nemmeno piede, perché non ne hanno bisogno.
Il tutto rassomiglia a un gioco di ruolo in cui la persona interpreta adesso il ruolo di lettore, adesso quello di critico, adesso quello di poeta e di volta in volta sale dal microfono per fare il poeta, poi si siede e si mette a fare il pubblico mentre un altro del pubblico sale sul palchetto a fare la figura del poeta. Vista dall’esterno la cosa potrebbe sembrare davvero una sorta di gioco di ruolo sociale e il mio dubbio è che alla fine la poesia, intesa come prodotto, sia una sorta di scarto necessario di questo bisogno di gratificazione umana.
Non credo ai blog come luogo ‘altro’ in cui si possa fare una lirica autonoma rispetto a un antagonista che si rifiuta, sostanzialmente perché non si riesce a farne parte. Non riesco a immaginarmi una verginità della scrittura pura, non vincolata dal vaglio capriccioso dell’editore o dall’amicizia sudata del critico, perché comunque quella cricca di poeti-scrittori-critici-editori è e resta il punto di riferimento per lavorare e per fare poesia e scrittura oggi.
Mazzetti qualche anno fa fece una collana di poesia e scrittura autoprodotta, i figlibelli, la stampava lui e la fotocopiava, poi faceva delle copertine e la pinzava. Poi andava in giro e organizzava letture invitando a leggere i poeti della sua collana, se ne fotteva dell’editoria, della critica e della promozione. Era orgogliosamente fuori dalla cricca. Poi decise di fare basta, le gratificazioni erano scarse, la voglia era poca e si fermò. Ecco. Il sito venne chiuso, i libricini non erano più distribuiti, non c’erano più le letture: in poco meno di qualche mese quei versi tanto amorevolmente stampati e portati in giro non c’erano più, non erano mai esistiti. È questo il punto: quel materiale non c’era mai stato, era sparito da quel flebile motore di memoria che è internet e ora - quel materiale- poteva anche non esserci mai stato.
Quindi: aggiornate il vostro blog, aggiornatelo stasera e anche domani e ricordatevi di aggiornarlo anche tra un mese e tra un anno perché -nel momento in cui vi stuferete di farlo- il vostro materiale mostrerà all’ennesima potenza la sua ragion d’essere. E potrebbe non essere quella che vi aspettate.
salve, mi chiamo fabrizio venerandi, faccio parte del laboratorio bib(h)icante e qua leggerò brevemente alcune riflessioni sul blog e sulla poesia. Non voglio raccontare la mia esperienza con il blog del bib(h)icante e neppure quello del blog collettivo di lametoranti, che è maggiormente improntato alla prosa, ma cercare di mettere a fuoco alcuni punti per un ripensamento del blog e della poesia. Non sarà un discorso esaustivo, voglio soltanto lanciare alcuni stimoli e mettere in comune il mio punto di vista.
Personalmente non credo che valga la pena scrivere poesia, trovo che la poesia nella sua forma più lirica e meno compromessa con altri media, sia oggi un elemento più patologico che letterario, chi scrive poesia su internet lo fa spesso senza sapere esattamente perché lo fa e senza sapere per chi lo fa. Chi scrive poesia difficilmente legge poesia scritta da un proprio contemporaneo, e spesso e volentieri il lettore, non scrittore, della poesia compra e legge materiali scritti il secolo scorso, magari in traduzione. Il pubblico della poesia è quasi esclusivamente un pubblico di addetti ai lavori, ma di ‘lavori’ che -a livello economico- sono del tutto marginali perché appunto non esiste una domanda di poesia da parte di chi compera libri e la poca domanda che c’è, è saturata dalla stampa di gente morta da parecchio tempo.
Per quanto mi riguarda trovo che chi decide oggi di fare poesia abbia lo stesso ambito e la stessa dignità di chi decide di mettersi a colorare i soldatini degli antichi romani e di riprodurre fedelmente le battaglie storiche, un ambito para-specialistico in cui operano persone che non è detto che siano specializzate in quello che fanno, per una gratificazione estemporanea e gratuita.
Io sono venuto qua a bazzano per leggere le cose che ho scritto, per ascoltare quello che altri leggeranno, ma la verità è che non l’ho fatto per il bene della letteratura, ma per soddisfare il mio ego e dargli l’occasione di ufficializzare di fronte ad altri, disponibili ad ascoltare, il mio fatto di essere uno scrittore di versi, e lo devo fare a mie spese perché nessuno ha veramente bisogno adesso di ascoltare quello che sto dicendo o di sentire i versi che leggerò questa sera, perché non c’è bisogno della poesia altrui quanto c’è bisogno di affermare il proprio status poetico. Io sono qua perché stando qua adempio alla mia funzione sacerdotale della poesia, perché altrimenti, a stare a scrivere versi nel quadernino della mia cameretta, sarei un poeta da pippe. La poesia devo invece portarla fuori da me perché io sia riconosciuto come poeta e perché il mio lavoro abbia uno scopo e io una gratificazione al mio lavoro, visto che questa gratificazione non la potrei ottenere altrimenti.
Spesso sento parlare di cricche quando si parla dei gruppi di poeti e di critici (e anche di critici-poeti) che si imbiancano il sepolcro l’un l’altro, una specie di consorteria in cui poeti organizzano slam poetry a cui invitano altri poeti che a loro volta introducono altri poeti in sillogi presso case editrici per cui usciranno riviste-saggistiche cui altri poeti-critici ufficializzeranno i poeti che sono entrati nel ‘giro’ e che -in qualche modo- hanno ottenuto un loro status poetico a livello editoriale e critico. Non dico che questo non sia vero, anzi in un certo grado è proprio così, con diverse sfumature di serietà e di miseria, il fatto è che penso che questa cricca poetica funzioni, che lavori seriamente per produrre materiale in versi di una certa consapevolezza e qualità e perseveri nel costituire un meccanismo autoalimentante che di fatto serve a conservare nel tempo la loro stessa produzione; che sarà poi quella che resterà nei prossimi anni e quella che prima o poi finirà sulle antologie scolastiche (ultimo passo della poesia prima della morte per surgelamento).
Tutto il resto, i blog, i siti, le autoproduzioni di sillogi, le antologie pagate dai poeti che poi ci andranno dentro a me sembrano il surrogato povero dei meccanismi innescati da queste cricche poetiche di cui si parlava. Non si crea un blog di poesia perché ci sia bisogno di un blog di poesia, anzi diciamo meglio, si crea un blog poetico perché c’è una persona, e solo una, che ha bisogno che quel blog ci sia, e quella persona è chi scrive i versi che finiranno sul blog e che in molti casi finiscono sul blog perché non ci sono altri posti in cui farli finire. Da questo punto di vista trovo molti blog siti e newsgroup, non dico ‘tutti’ ma molti, dei luoghi adatti ad uno studio sociologico più che letterario.
Anche la mia presenza a bazzano, per me e non voglio universalizzare le mie motivazioni, ha più a che fare con una soddisfazione personale del tutto primaria e infantile, così come leggere i commenti di qualche anonymous al proprio blog innesca meccanismi che sono solo una grottesca imitazione di quelli che nascono per un attento vaglio critico da parte di quei critici-poeti che qua a bazzano forse non ci metterebbero nemmeno piede, perché non ne hanno bisogno.
Il tutto rassomiglia a un gioco di ruolo in cui la persona interpreta adesso il ruolo di lettore, adesso quello di critico, adesso quello di poeta e di volta in volta sale dal microfono per fare il poeta, poi si siede e si mette a fare il pubblico mentre un altro del pubblico sale sul palchetto a fare la figura del poeta. Vista dall’esterno la cosa potrebbe sembrare davvero una sorta di gioco di ruolo sociale e il mio dubbio è che alla fine la poesia, intesa come prodotto, sia una sorta di scarto necessario di questo bisogno di gratificazione umana.
Non credo ai blog come luogo ‘altro’ in cui si possa fare una lirica autonoma rispetto a un antagonista che si rifiuta, sostanzialmente perché non si riesce a farne parte. Non riesco a immaginarmi una verginità della scrittura pura, non vincolata dal vaglio capriccioso dell’editore o dall’amicizia sudata del critico, perché comunque quella cricca di poeti-scrittori-critici-editori è e resta il punto di riferimento per lavorare e per fare poesia e scrittura oggi.
Mazzetti qualche anno fa fece una collana di poesia e scrittura autoprodotta, i figlibelli, la stampava lui e la fotocopiava, poi faceva delle copertine e la pinzava. Poi andava in giro e organizzava letture invitando a leggere i poeti della sua collana, se ne fotteva dell’editoria, della critica e della promozione. Era orgogliosamente fuori dalla cricca. Poi decise di fare basta, le gratificazioni erano scarse, la voglia era poca e si fermò. Ecco. Il sito venne chiuso, i libricini non erano più distribuiti, non c’erano più le letture: in poco meno di qualche mese quei versi tanto amorevolmente stampati e portati in giro non c’erano più, non erano mai esistiti. È questo il punto: quel materiale non c’era mai stato, era sparito da quel flebile motore di memoria che è internet e ora - quel materiale- poteva anche non esserci mai stato.
Quindi: aggiornate il vostro blog, aggiornatelo stasera e anche domani e ricordatevi di aggiornarlo anche tra un mese e tra un anno perché -nel momento in cui vi stuferete di farlo- il vostro materiale mostrerà all’ennesima potenza la sua ragion d’essere. E potrebbe non essere quella che vi aspettate.





