domenica, 29 aprile 2007
Io sono orizzontale di Alessandro Ansuini

Sylvia Plath, prima di mettere la testa nel forno, apriva la sua poesia con le parole: "Io sono verticale, ma vorrei essere orizzontale". Le sue parola, della metà del novecento, calzano quanto mai bene a quanti, scrittori o poeti, si trovano a doversi rapportare con la diffusione della propria opera nell'anno 2006, quasi 2007. Lungimirante fu il gruppo Luther Blisset, ora Wu Ming, ad aprire le porte ad un nuovo metodo di fruibilità delle parole che le case editrici appellarono immediatamente come "bizzarro" o una "furbata". Sto parlando del Copyleft, ossia della possibilità di rendere disponibili i propri testi scaricandoli dalla rete, sia parzialmente che integralmente, con l'unica regola che questo download non abbia fini di lucro per colui che scarica o terzi. Successivamente sono arrivati i creative commons, che offrono un copyright flessibile (http://www.creativecommons.it), gli open sources, che garantiscono e sanciscono il diritto per chi entra in possesso di un software di averne accesso gratuito al codice. Gli open sources, così come il copyleft, fanno leva semplicemente sul mercato virtuale, che attinge sempre nel luogo dove esiste una possibilità gratuita che, col passare del tempo, diventa irrinunciabile per chi voglia affacciarsi sulla rete e proporre un'idea, un prodotto. Per chiarire meglio, le società di software non possono più richiedere denaro per un aggiornamento se esiste un'altra ditta di software che quell'aggiornamento lo dà gratuitamente, poiché il mercato non la sceglierebbe a priori. E non esiste manipolazione pubblicitaria che tenga su internet, non esistono imposizioni di marketing, non esiste il lavaggio del cervello, non esiste la verticalità che dà la voce grossa al potente e schiaccia il piccolo. Perché il piccolo, muovendosi orizzontalmente attraverso una serie di sinapsi riesce ad attingere a qualsiasi risorsa desideri. Provarono a far chiudere Napster, con i risultati che sappiamo, ossia la proliferazione di peer-to-peer che permettono di scambiarsi i file (io mi connetto con te e scarico quello che mi pare. Io e te creiamo un posto dove anche altri possano portare il loro contributo e prendere i nostri. E così via). Ora, l'attuale Ministro dell'Istruzione Fioroni vorrebbe inserire una sorta di regolamentazione degna del regime di Pechino, quando chi propone questa cosa spesso non sa nemmeno accendere un computer. E anche questo è un fatto: la totale incompetenza dei nostri politici - evidenziata in campi che dovrebbero essere di loro competenza - di fronte all'informatica diventa un baratro incolmabile. E allora ecco che alla comparsa dei blog l'allora ministro Urbani decise - senza sapere assolutamente quel che stava dicendo - che ogni blogger avrebbe dovuto stampare le proprie pagine e spedire alla biblioteca più vicina per chissà quale censimento o catalogazione. Il ministro ignorava che solo in Italia venivano prodotte già allora più di un milione di pagine al giorno, il ministro ignorava di trovarsi di fronte ad un mare difficilmente arginabile, il Ministro, in sostanza, non sapeva affatto di cosa stesse parlando, e non lo sa neanche l'onorevole Fioroni il cui blog era zeppo di link a siti porno.
Se si vuole spostare il discorso sulle case editrici, per esempio, che è un argomento che ci interessa, scopriamo che anch'esse ancora non sanno cosa sia il copyleft, non riescono a capirlo, si muovono nei loro labirinti polverosi nella speranza che i paletti che sono riuscite a imporre finora alla televisione, ad esempio, riescano ad attecchire anche nella rete. Reagiscono pubblicando scritti di comici televisivi, veline, calciatori. Ma la rete, grazie a dio, non solo se ne frega dei meccanismi validi nella realtà, ma ne risulta totalmente indifferente al punto che presto o tardi, e siamo nel mezzo dell'oscillazione della bascula, tutti dovranno venire a far i conti con un metodo di condivisione delle informazioni "orizzontale", se non altro per volontà di volersi accaparrare quella fetta enorme di mercato che non se li fila, e per farlo non potranno più dettare le regole, ma scendere a patti con l'anarchica rete, che non ti dice mai la verità, peggio di un Ministro dell'Economia. Ora, quale giovamento può apportare questo ad un autore che voglia diffondere i propri scritti? Diciamo subito che le opzioni sono moltissime, la libertà è lasciata al singolo utente, che spesso si trova spaesato di fronte a una mole di scritti che possono essere pubblicati quasi a prezzo di costo (www.lulu.com) e che spesso rimangono "vivi" solo nel virtuale, mentre non riescono ad emergere in forma cartacea dalla rete. Su questo vorrei proporre un ragionamento che segue la dinamica della rete e vuole applicarla fisicamente al reale. Il peer to peer, la condivisione di dati a cui accennavo prima, può essere reso metafora e applicata alla poesia, per esempio. Vediamo come. La mia è ovviamente, solo una ipotesi/proiezione che nel mio piccolo, come i filosofi di una volta, sto mettendo in pratica. Immaginiamo di creare un luogo che ospiti fisicamente "eventi letterari" - sotto l'ombrello dell'accezione eventi letterari potremmo far rientrare tutto, a discrezione del creatore del luogo, dal reading alla performance audio visiva, dalla lettura sonora al teatro - questi luoghi virtuali di condivisione faccia a faccia della poesia, fungerebbero come l'archivio del nostro computer che rende accessibili i nostri dati ad altri che fanno lo stesso con noi. Io creo un posto dove far esibire, e vado in posti di altri creati con lo stesso intento. Tutto ciò è abbastanza spontaneo, se io ho un posto dove faccio fare i reading, sarà abbastanza difficile che io stesso possa occupare tutte le serate ma avrò necessariamente bisogno di altri per confrontarmi, per dare eterogeneità nella mia offerta, per far ascoltare ad altri autori che ci hanno magari colpito in un'altra occasione. Sarei un computer abbandonato in uno scantinato se non m'aprissi agli altri.
Si potrebbe cominciare con la propria zona di appartenenza, nulla è meglio di ciò che si conosce, ad ospitare e creare eventi di questo genere. La fantasia è libera. Si può deciderlo di farlo dentro agli alberghi, nelle librerie, nei ristoranti, nelle enoteche. I più creativi assalgono anche le pasticcerie, i club, le discoteche, gli Arci, la propria cantina di casa. Ospitare nel proprio luogo gli autori che la rete, mercato amplissimo e sempre aperto, ci ha fatto conoscere, ci dà la stessa importanza dell'avere un computer per poter scambiarsi i file. Totalmente indipendente.
Immaginiamo ora che questa rete si diffonda sul serio, e comincino a nascere posti che se diventeranno di culto sarà solo per il buon lavoro che è stato fatto, ma che comunque saranno sempre legati alle altre cellule della rete, dove si potrà ascoltare quanto di buono o di pessimo propone la poesia o la letteratura contemporanea.
Se proviamo ad immaginare un accadimento del genere, ci accorgeremo che si potrebbe avere una proliferazione tale di questa endemica minaccia, al punto di "costringere" le grandi case editrici a venire a vedere cosa succede nei sotterranei orizzontali nati dalla rete ma del tutto reali. Poeti e scrittori totalmente sconosciuti al mercato dell'editoria ma conosciutissimi nell' "altro mondo". A me piace immaginare questo, e sto tentando di metterlo in pratica nel mio piccolo. Che ognuno si faccia operaio della poesia e nella propria città, paese, frazione, crei il proprio nucleo di condivisione reale. Con le proprie forze, con il tempo che ha a disposizione. Il futuro ci dirà se questa mia è stata solo una visione, un tentativo caduto nel vuoto, oppure una lungimirante prospettiva di quello che potrebbe accadere se decidessimo una buona volta di essere protagonisti in quello che facciamo e assumercene oneri e onori, partecipando attivamente a quello che è la nostra passione, in questo caso la poesia e la letteratura. Per questo io voglio modulare il mio canto assieme a quello di Sylvia Plath adeguandolo al presente e dichiarando a piena voce: io sono orizzontale.
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domenica, 29 aprile 2007

Antipatia per la merda di Andrea Rossetti.


La poesia, la parola poetica, è destinata tragicamente dal linguaggio all’olocausto di se stessa. La devianza metafisica della lirica, che per secoli ha creduto di poter esorcizzare l’olocausto mediante la confessione, l’oleografia sentimentale romantica da una parte - poco importa se eroica o pastorale, intimista e crepuscolare o declamatoria e socialmente impegnata – e il nitore classico della forma apollinea dall’altra, è andata incontro al suo esaurimento degenerando nell’industria culturale del kitsch e dell’estetismo melodrammatico. L’homo faber, che per Gramsci giustamente non poteva non essere anche homo sapiens e che il Rinascimento aveva esaltato nella sua orgogliosa padronanza della propria vita e della propria fortuna, si è trovato a fare i conti con un ideale uomo medio, prodotto delle statistiche e delle indagini di mercato, è diventato di volta in volta utente finale, consumatore, spettatore, proiezione umanoide di un parametro puramente tecnico. La volontà di potenza, non trovando il super-uomo, ha infine normalizzato l’uomo dell’età della tecnica. Nulla di più lontano dalla poesia, linguaggio per eccellenza tendente all’autoreferenzialità e quindi all’oggettività spirituale, ben lontano in essenza da qualunque soggettività (anche l’antica diceria scolastica secondo la quale il poeta sarebbe colui che mediante il linguaggio rende universale il relativo è stata ampiamente spernacchiata dalla produzione su scala industriale della canzonetta popolare). La volontà lirica di dire si è mostrata non solo fallace ma anche un eccellente cavallo di Troia per la volontà involontaria per eccellenza: quella, appunto, dell’uomo medio, oggetto e soggetto del mercato globale della cultura. Il problema della poesia è ed è sempre stato, in sostanza, quello della volontà e, quindi, quello del soggetto e, infine ancora, quello della metafisica lirica della metafora che fatalmente è stata condotta dal cuore alla coratella senza soluzione di continuità.
Su questa degenerazione di fondo, che costituisce il problema laddove si preferisce porsene di fittizi solo perché risolvibili a priori con le modalità sostanzialmente logodiarroiche del sociale e del politico (sostengo da sempre che la deiezione è, con la chiacchiera, l’atto sociale per eccellenza), l’avvento di internet è stato assolutamente irrilevante se non fuorviante e peggiorativo. La rete, infatti, è per definizione un medium passivo e illimitato, privo di filtri e sostanzialmente al di fuori delle leggi, nonostante i ripetuti tentativi di dargliele, che si propone in due vesti fondamentali: una vetrina a buon mercato aperta a tutti e il luogo di un mercato primitivo, fondato sul baratto, sul piccolo scambio, su dinamiche episodiche e ingovernabili nel senso di una continuità strutturale quando non sulla truffa. Indubbiamente la rete è stata una risposta alla richiesta di spazi aperti per una creatività frustrata dalla palude politica ed economica della cultura ufficiale, dall’impenetrabilità dei media tradizionali, dal filtro pigramente istituzionale o addirittura apertamente malizioso dei soliti boiardi di destra e soprattutto di sinistra, paghi del loro ruolo di ortolani di un orto di plastica, di una cultura che celebra se stessa solo per dichiarare periodicamente la propria sopravvivenza, priva di autentica passione, di gusto per la scoperta, di coraggiosa curiosità, all’ombra della quale crescono pochi nuovi boiardi sempre più organici, sempre più inutilmente boiardi. A tutto questo la rete è stata – dicevo – una risposta, ma di sicuro una risposta inadeguata.
Il problema sta nel fatto che dietro alla rete, dietro al suo presunto antagonismo, agisce sempre e solo una variante di quella volontà in dissoluzione della quale dicevo all’inizio. Il sogno anarchico di una bohème virtuale è in realtà soltanto una rappresentazione romantica plastificata per un fenomeno che è destinato ad avere la sorte di tutti i sogni anarchici: l’assimilazione o l’anonimato virtuale. Alcuni dei poeti nati e cresciuti su internet, tra blog e portali di pubblicazione aperti a tutti, dalla casalinga che piange in versi la sua maionese impazzita al professore trombone con l’uzzolo della rima baciata per arrivare fino allo studente liceale che accompagna i suoi versi maledetti con la foto in cui somiglia a Kurt Cobain nella speranza di rimorchiare qualche squinzia che scimmiotta Asia Argento, sono destinati, per caso o per diritto di nascita, a essere chiamati per cooptazione dai grandi boiardi a occupare qualche poltroncina da boiardo minor; agli altri, invece, l’assoluta passività del mezzo e la sua natura di mero contenitore incapace di dotarsi di filtri selettivi, ovvero di un radicamento all’interno di parametri culturali forti e vitali, assicurano un sostanziale anonimato virtuale, ovvero una notorietà marginale capace di investire un pubblico che può andare da poche decine fino a un massimo di qualche centinaio di persone e la cui portata viene spesso emotivamente enfatizzata dallo spettacolo narcisistico di un microdivismo fondato su effimeri misuratori di popolarità quali i contatti, gli accessi, i commenti e, in quei portali che li contemplano, i voti. Più che uno strumento anarchico di rilancio della poesia, internet mi pare, quindi, un’immensa fiera di patetiche vanità non diversa qualitativamente ma solo quantitativamente da quell’ammuffita cultura ufficiale verso la quale in teoria dovrebbe porsi con modalità antagonistiche. Alla selezione ufficiale operata dalla congrega dei pomposi morti viventi di città che scrivono sui giornali, che lavorano nelle case editrici e che vanno in televisione si oppone l’assenza di selezione di questo mondo di piccoli zombie di campagna in cerca di notorietà spicciola e a basso costo. Nulla di sostanzialmente diverso, proprio perché a fare o non fare la selezione è in entrambi i casi il narcisismo, sottoprodotto consumistico della volontà lirica di dire.
La poesia, prodotto per eccellenza senza mercato, è stata sostituita dallo spettacolo – grottesco nei casi peggiori, nei migliori triste – dei poeti. In rete e fuori. Ma il declino che si è compiuto non ha origini recenti: iniziò molto tempo fa, quando l’assolo della lirica subentrò alla coralità della tragedia, celebrando l’avvento di un’antipoetica volontà di dire.
Internet non può aiutare la poesia perché la sola cosa che si può e si deve fare per la poesia è aiutarla a morire: l’eutanasia della lirica è la condizione che, ottenendo l’auspicabile estinzione della categoria dei poeti (iscritti ai sindacati e con regolare posizione inps), può resuscitare la tragedia, che è poesia in essenza, in quanto linguaggio non compromesso col narcisismo o con la notorietà di chicchessia.

L’attore è colui che pratica l’eutanasia alla lirica agonizzante, il nuovo poeta tragico, il mistico assoluto, cioè assolto dal qualunquismo mistico – internettiano, accademico, gazzettiero o televisivo, poco importa - di un qualunque imperatore-dio.

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sabato, 28 aprile 2007
La rete, la poesia e il postmoderno di Mimmo Cangiano
 
La rete, nel caso particolare la poesia in rete, sembra presentare, questa la tesi del mio breve intervento, gli stessi vantaggi e gli stessi svantaggi inerenti all’età postmoderna e alla speculazione postmodernista. Non credo si tratti di stilare una classifica dei siti e dei blog che meglio trattano l’argomento, che presentano più informazioni e più “autorevolezza” per gestirle, né è il caso di dare un giudizio, positivo o negativo che sia, sul fenomeno. Il fenomeno è davanti a noi, va affrontato, compreso e, per quanto possibile, gestito. Qualche anno fa Manuel Castells concludeva la sua Galassia Internet rivolgendosi ad un’immaginaria persona che della rete non voleva far parte, che voleva essere lasciato solo, che voleva soltanto, testualmente, “vivere la sua vita”. Ebbene Castells diceva di avere delle brutte notizie per lui, concludeva che se pure non ci occuperemo della rete sarà comunque la rete ad occuparsi di noi.
Le consuetudini, questi “indeboliti” fatti, hanno nel nostro tempo (il tempo delle interpretazioni) il loro valore, e se la poesia su Internet fiorisce e progredisce sarà un comportamento poco intelligente quello di chiudere gli occhi davanti a questa nuova situazione. Parafrasando un detto famoso dobbiamo, in qualche modo, portarci col pensiero al punto da riuscire a capire che la poesia in rete è al tempo stesso la cosa migliore e la peggiore che potesse capitarci.
Quali i vantaggi? Se consideriamo la questione da un punto di vista puramente pratico la rete offre velocità, visibilità a basso costo, possibilità di bypassare i “virtuosi” meccanismi editoriali. Non è poco, ma il suo senso più utile, più performativo, va ovviamente ricercato altrove: la rete offre apertura, comunicazione libera e orizzontale, possibilità di realtà che si aggregano dal basso.
Se davvero siamo entrati nell’era della fine delle grandi narrazioni, l’indebolimento del tessuto cognitivo che la rete comporta nel fruitore, perché volente o nolente lo comporta, non potrà essere considerato semplicemente come un qualcosa di negativo. La confusione ideologica (e una poetica è sempre un’ideologia, anche quando vuole essere una poetica di fine delle ideologie) che la poesia in rete permette può essere un fattore positivo in quanto “contaminante”; la velocità di percezione con cui fruiamo le idee (o le poesie) provenienti dalla rete permette la formazione di un universo dialogico in perenne movimento, senza centri di autorità, dove anche l’errore non può essere considerato come tale, ma solo come tappa di un processo conoscitivo destinato a non avere una meta fissa. Navigare in Internet è un po’ come navigare nel pensiero dell’erranza che, lungi dal significare “sbaglio” (l’idea di sbaglio esiste solo se esiste una fondamento assoluto di Verità), significa, di nuovo, movimento, spostamento continuo fra verità con la v minuscola.
La poesia in rete perde quel suggello di potere e autoritarismo che la carta stampata comporta. Certo, come osservava Foucault, anche un libro non ha mai “confini netti e rigorosamente delimitati, esso si trova preso in un sistema di rimandi ad altri libri, ad altri testi ad altri frasi”, ma la rete rende certo più labile l’illusione dell’unica fonte generativa, gioca un po’ il ruolo che il neostoricismo di Greenblatt assegna al teatro: il teatro come la letteratura vive, solitamente, di un testo scritto, sappiamo tutti benissimo che quel testo non è il portato di un singolo autore ma di un’intera cultura, anzi di intere culture che nel processo del divenire storico modificheranno gli orizzonti di comprensione di quel testo modificando il gusto, ma nel teatro, proprio per il materiale allogeno che questo tipo di arte comporta rispetto al testo scritto, l’illusione dell’unico principio generativo si indebolisce, l’opera d’arte, più chiaramente, non è il portato di un singolo autore. La rete, favorendo un processo di percezione sinestetica, gioca un ruolo simile. Essa non può essere considerata un supporto al cartaceo, è qualcosa di profondamente diverso, perché è l’avventura nella rete dell’appassionato di poesia che è profondamente diversa (e per questo motivo ho poco interesse per quei blog che non permettono commenti. Sfruttano della rete il vantaggio della velocità e della visibilità ma perdono la sua apertura, rischiano in questo modo di fare di Internet un mero sostituto, peraltro meno autorevole, dell’editoria). Non fruiamo ovviamente del mezzo internet come fruiamo di un libro, non leggiamo un testo dall’inizio alla fine ma ci muoviamo tramite collegamenti, tramite link, costruiamo da noi la nostra mappa di ricerca: la dimensione di web community stravolge la logica tradizionale dell’editoria rendendo sfuggenti target, mittente e destinatario.  
Cominciando dunque a tirare le somme diremo che il vantaggio principale offerto dalla poesia su Internet è quello dell’orizzontalità, della contingenza. Contingenza in primo luogo del mezzo stesso in quanto sempre suscettibile di modifiche e contingenza, in seconda battuta, in quanto obbligo ai naviganti di muoversi in un universo polifonico dove le valenze assolute sono continuamente soggette a crisi, ripensamenti, contraddizioni. Aggiungo di sfuggita che, forse per congenito conservatorismo, la poesia in rete ha finora conosciuto solo marginalmente il fenomeno dei fakes e con esso quella vasta gamma di atti di sabotaggio culturale che, molto in voga negli anni d’oro della postmodernità, ha trovato grazie ad Internet nuova linfa vitale - si pensi al Luther Blissett Project – e che, lungi dall’essere solo uno scherzo, mette in guardia contro derive narcisistiche e autoritarie in un’apologia del falso e del gioco.
Ma anche gli svantaggi non sono pochi e sono direttamente correlati, come ben sanno i detrattori del postmodernismo, ai vantaggi. In primo luogo l’orizzontalità è foriera di confusione: l’assenza di nuclei solidi a cui fare riferimento, il bailamme di posizioni mal chiarite proprio a causa della brevità di esposizione che Internet quasi sempre pretende (un esempio facile e frequente: post, commento di critica al post, nuovo commento dell’autore del post, breve schermaglia e infine frase del tipo: “ma in fondo stiamo dicendo la stessa cosa” e risposta del tipo “felice che ci siamo spiegati”, quando in realtà un osservatore attento vede chiaramente che le due posizioni restano inconciliabili). L’assenza di conflitto che questo meccanismo può instaurare può tramutarsi in un’assenza di crescita, di miglioramento, di progresso.
Dal momento che è poco interessante interrogarsi sulla malafede di chi, per proprio tornaconto personale, preferisce non farsi nemici, devo chiedermi se non sia il mezzo stesso a permettere e a facilitare comportamenti di questo tipo, e devo darmi una risposta affermativa. Internet mentre permette, nella semi-illimitatezza di informazioni che offre, la creazione di uno scenario sempre più complesso e, dunque, sempre più preciso e sfaccettato, dà adito (forse proprio a causa di questa complessità che non riusciamo ad organizzare) al proliferare di posizioni stemperate, semplificate e, in ultima analisi, conformiste. La domanda non è allora “siamo favorevoli o contrari?” la domanda è “sapremo controllare la possibilità di un’apertura illimitata e dunque di una confusione illimitata?”. Che questa ci faccia paura è un fatto, ma la soluzione, per tornare a Castells, non può certo essere quella di voltarsi dall’altra parte. La poesia in rete è un fenomeno che va al di là della nostra posizione (siamo noi celebratori dei valori di diversità, pluralità e scelta o preoccupati da quella che Robert Putnam ha definito la “cyberbalcanizzazione” - porta d’ingresso per la dissoluzione dei valori sociali e dell’impegno civico), inoltre la rete accogliendo in sé la poesia e l’indagine sulla poesia ha inevitabilmente modificato l’una e l’altra. Siamo più che mai dentro al labirinto, cominciare ad affrontarlo o a venerarlo è secondario, dobbiamo prima lavorare per cercare di capire come è fatto.
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sabato, 28 aprile 2007
Non frequento molto i blog, anzi, diciamo pure che non li frequento affatto. Sono stato però incuriosito da tutto questo gran parlare intorno a queste nuove realtà; mi ha affascinato il concetto di comunità virtuale resa virtuosa dalla creazione e discussione e discussione del contenuto stesso: la poesia.
Così sono andato alla ricerca di qualcosa da leggere anche perché ritengo imprescindibile provare ad aderire alla realtà che si trasforma, cercando spazi di non commerciabilità, in barba alle “severe” leggi del mercato (editoriale e non), agli editor e ai padroni dei “negri” -mi si passi il termine nella sua accezione bukowskiana. A tutto un sistema che ha fatto diventare l'espressione di se, un mercato. Sono andato in cerca di qualcosa da leggere, dicevo, e non sono rimasto da solo per molto tempo, tutt'altro: la quantità di materiale è veramente rilevante -per inciso : della qualità non ne discuto, mi ritengo una persona abbastanza fortunata, leggo solo ciò che mi piace e se una poesia è bella per me, allora leggo una bella poesia e dico :”cazzo, bravo lui lì!” (o lei: perché molte sono le poetesse, molte più di quante non se ne trovi negli scaffali delle librerie o , vivaddio, nei testi scolastici.
Dicevo del materiale: molte pagine da me visitate sono piene di commenti, di critica, di pagine di diario e di soluzioni editoriali sempre più accattivanti. Dopo un po' mi sono chiesto se stesse nascendo un nuovo modo di scrivere, una nouvelle vague al contrario, che invece di recuperare il grado zero della scrittura, se ne vada invece verso la creazione di un'altra elité: ognuno cerca i propri spazi di visibilità, ognuno vuole piazzarsi in un'Arcadia i cui margini siano difesi da un buon numero di fedeli -visitatori e, in qualche modo, ognuno cerca di cantare il proprio Osanna confidando nel fatto che se costruiamo qualcosa in un luogo affollato, non si predica proprio in mezzo al deserto.
Non voglio in questo modo esprimere un giudizio: il fatto stesso che esitano luoghi di aggregazione la cui insegna è la creazione poetica è sufficiente a farmi apprezza questo movimento mediatico.
Nel migliore dei mondi, informatici e non, la scrittura, l'espressione artistica e il confronto orizzontale sono l'humus più ricco per coltivare un'umanità sicuramente più aperta: se poi aggiungiamo la capacità di permeare il tessuto sociale in maniera trasversale (economicamente e culturalmente) ecco fatta la grandezza della cosa. Sono inoltre convinto del valore di “bottega artistica” e artigiana della discussione
speculativa: insomma ben vengano gli Ipod e le suonerie poetiche, sicuramente potremmo avere tutti molto più spazio per muoversi cercando di arrivare prima della pachidermica macchina delle case editrici.
Mi sono perso: ho pensato a Omero, alla necessità tragica, a come probabilmente il semitico settentrionale abbia salvato fonti letterarie arrivate a noi come bibbia. Omero dicevo: cantava circa 200 anni dopo le storie e gli avvenimenti, mescolando folklori diversi in un'unica vicenda, usando una lingua che era andata perduta, recuperandola in una tradizione orale che voleva la scrittura un fatto puramente mercantile, in realtà appannaggio di un mondo che non voleva la diffusione di troppa conoscenza.
E se i bloggers, creatori di un mondo espressivo, portatori di un codice desueto, ma ancora attivo, un giorno pensassero “uscire” dagli schermi, cosa succederebbe? Questo non è un consiglio: non sono in grado, né come scrittore, né a livello personale di dare consigli a nessuno, piuttosto è qualcosa che mi piacerebbe vedere: una bella invasione poetica della realtà, quella di tutti i giorni, The First Life.it prima di tutto.
In margine alle piazze commerciali il fenomeno blog (salvo un collasso tecnologico) è inarrestabile, come le pasquinate sotto le statue dei papi: credo che molti proveranno a mettere le mani sulla rete, a cristallizzare, codificare in una parola a vendere. Ma, per quel poco che ci capisco mi sembra che basti davvero poco a creare un'altra piazza, un'altra rivista, un altro forum.
Sulla carta, su uno schermo o passato di bocca in bocca, le parole che ci scambiamo hanno valore se sono necessarie all'altro, se rispondono all'esigenza di comunicare qualcosa, quando il processo di analisi non supera il vissuto.
David Napolitano
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venerdì, 27 aprile 2007

“ La speranza è nell’opera “ scriveva Cardarelli, ed ora la volontà libera delle giovani generazioni della poesia si misura per toni e consonanze in rete, aboliti ruoli vetusti ne vengono assunti di nuovi, e così siamo spettatori di una svolta epocale. Blog, siti, riviste telematiche, offrono allo sguardo di ognuno l’innocenza della scrittura ma anche la topografia concreta di una parola che torna al significato – mentre sui media tradizionali si disintegra per sottrazioni ideologiche, o si muta in fatui miti di progresso – ed osa farsi architettura, habitat, e dobbiamo riconoscerlo. Questa seduzione di cui ancora la poesia è capace non deve sorprenderci: l’arte dei versi ha sempre accompagnato l’umanità nel suo incedere, ed il neofita della poesia sempre sarà un novello prometeo, un “ ladro di fuoco “. Come poeta e critico ho avuto modo di scrivere di altri poeti della mia generazione sui siti con cui collaboro e mi permetto di dire che sono tante le tematiche comuni, le felici sinergie che giustificano parole, azioni ed esperienze di tanti validi artisti. E questi accostamenti ( consci o inconsci, poco importa ) sono possibili soltanto grazie a siti come “ liberinversi “, “ dissidenze “, “ paginazero “, ed altri ancora, e perciò voglio ringraziare chi per pura passione vi lavora, ed insieme mando un sincero saluto a voi che a questo meeting siete venuti per riflettere sul futuro della poesia su internet.

Carlo Matteo Dentali

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venerdì, 27 aprile 2007
Solo qualche S/PUNTO - EVOLUZIONE DELLA SPECIE di Sebastiano Aglieco.
 
Il blog nasce come spazio privato, luogo di accoglienza di amici e conoscenti, riservato, all’inizio, a un ristretto gruppo di affezionati. Si potrebbe discutere molto sulla funzione sociale e simbolica di questo strumento, su quale “mancanza” informativa ha edificato il suo successo, ma entriamo nel campo dell’indagine sociologica che forse non c’interessa.
Vorrei solo dire che la caratteristica di salotto pubblico del blog, ha finito per costituire, nel tempo, la sua maggiore contraddizione, dal momento in cui l’utilizzo che se ne è fatto, smodato perché gratuito, cercava di superare il vuoto scavato da certe nicchie culturali, nel nostro caso dalle riviste letterarie e dall’assenza di una critica forte, militante.
Questa valenza salottiera dei blog è diventata contraddittoria e si è cominciato a sentire l’esigenza di una evoluzione della specie. Perché contraddittoria? Perché il blog ha amplificato sulla piazza ciò, che per sua definizione, il salotto, è cosa privata. Ha amplificato ciò che una volta era il pettegolezzo dei circoli letterari che trapelava attraverso le corrispondenze private ma che difficilmente riusciva a incidere sulle Storie. E’ come se dovessimo ricostruire la carriera del poeta Rimbaud, dico del poeta, non dell’uomo, basandoci essenzialmente sui racconti della sorella. Questa potenza di amplificazione del blog non incide con ciò che noi chiamiamo comunicazione. Ne accorcia le distanze e spesso fa venire a mancare l’attesa. Fa che si produca interferenza. Cultura è sintesi, non documento in presa diretta. E’ anche attesa, tutti aspetti che al blog mancano.
Al momento attuale, dovendo fare un riassunto di quali siano i principali nodi emersi in questi anni di lavoro, farei questa sintesi:

RAPPORTO COL CARTACEO : Sudditanza? Collaborazione? Integrazione? Snobbismo reciproco?

ETICA: Ruolo dei commenti, degli interventi esterni; collaborazioni, link, amicizie, atteggiamenti

STRUMENTI: armamentari estetici e filosofici

TEMI: indagini, nodi, risvolti, questione generazionali, rapporto con la società, presenza, influenza, rapporto con le Comunità, creazione di Comunità allargate

FUNZIONE METATESTUALE, metafore, tradizione, capacità simbolica

Vorrei sforzarmi di pensare il blog nell’arco di una tradizione di comunicazione, piuttosto che di una rottura con i modi tradizionali del parlarsi.
Io non credo che la comunicazione in Rete, in specifico blog, forum, etc…, abbia cambiato i modi e i riti che gli sono propri. Mi sembra piuttosto che ne abbia amplificato in maniera abnorme alcuni aspetti insiti. Parlo di situazioni comunicative di gruppo integrato, in cui nell’”integrato” inserisco tutto ciò che è metatestuale. Sarebbe meglio, in questo contesto, adoperare la parola setting. Il blog è una situazione di comunicazione di gruppo non paritario e non democratico ma elitario, piramidale. C’è chi propone, c’è chi prende la palla al balzo. Per le dinamiche di gruppo rimando a Bion.
Cioè, il blog cerca di costruirsi in gruppo, ma non ci riesce. Per esempio, gli interventi forti dei commenti, spesso rimandano a situazioni altre, il blog allora diventa un catalizzatore di emotività, una scusa per dire altro.
In natura esiste una situazione di questo genere che è l’avvicinarsi dell’estraneo in un branco, con tutto quello che ne consegue. E’ possibile fare del blog una metafora antropologica, per cui esiste la necessità della neutralizzazione di una certa carica negativa attraverso l’uso di strumenti (censura, avatar, anonimato, moderazione etc…). Tutti strumenti che fanno già parte delle istruzioni, diciamo della scatola di montaggio, altrimenti il giocattolo no funziona.
A me sembra che si senta da qualche tempo la necessità di uno sforzo verso l’idea di un progetto culturalmente ed esteticamente alto. Il blog come progetto culturale, non più diario privato. Per essere tale occorre un lavoro. Userei qui il termine “lavoriero”, che vuol dire lavorare insieme.
Questa è una premessa, probabilmente scontata in molti suoi punti, ma che mi serviva per essere propositivo ora:
Innanzitutto vorrei segnalare al momento attuale, la presenza di esperimenti - tutte le fasi di attraversamento di un dato fenomeno ne hanno bisogno. Sono esperimenti che vanno oltre l’uso del blog com’era, com’è nella sua funzione codificata. Ne cito alcuni: blog collettivi; blog riviste; blog metà diario metà genericamente altro, etc… Evidentemente si sente la necessità di un’ evoluzione che in questo momento si è fermata a una specie di situazione di attesa. I messaggi che arrivano ultimamente sono legati a una qualche stanchezza che ha ripiegato verso: la richiesta di un ritorno al cartaceo; una sottovalutazione della comunicazione in Rete; una chiusura dei commenti; un diluirsi dei tempi di pubblicazione dei materiali; l’esaurirsi di certi temi – tra l’altro la rete accelera i processi comunicativi, li accelera però quantitativamente, e in qualche modo brucia la riflessione, il tempo necessario, della sedimentazione.
Il rischio della frammentazione è evidente soprattutto nel porre sul piatto da portata i propri credi, i propri nomi, le proprie certezze. Mi sembra che noi dobbiamo evitare l’idea di un blog come “città stato” - per usare un’immagine - chiusa e fortificata, che si allea solo per andare a fare delle guerre. Ho usato per il mio, un’immagine che vorrebbe rendere l’idea di una koiné: “Radici delle isole” vuol dire proprio questo. Diversi, lontani, magari, ma capaci di riconoscere legami sotterranei, passaggi misteriosi da un posto all’altro.
Per lavorare intorno a un progetto culturale occorre rinunciare, forse, agli espedienti che ci danno “potere”, che ci fanno sentire al centro:
Se il blog non è altro che l’espressione di una comunicazione non tanto lontana da quella dei nostri progenitori semplicemente rivestita di tecnologia, noi dovremmo sforzarci di neutralizzare la carica offensiva della parola, parola come ancella del potere. Alla fine credo che il nostro compito sia culturale, etico, estetico…..
 
PROPOSTE OPERATIVE
  • Il blog come prolungamento, specchio, di quanto avviene nelle riviste e che non riesce e non può avere visibilità. Segnalo qui un gran movimento che sta avvenendo intorno ad alcune riviste, per esempio LA MOSCA, legato probabilmente alla necessità di rendere maggiormente visibile un pensiero, superando i nodi di questi anni per cui tutto si è giocato sulla tematica generazione e sull’affossamento delle esperienze di mezzo. Creazione, quindi, di figure di riferimento che, partendo dalle riviste, si facciano portatori di iniziative sulla Rete e conducano un’operazione di coordinamento e mediazione 
  • Uno sforzo di coordinamento che superi il tradizionale e ormai limitato favore personale dei link e vada verso un’assonanza tematica, capace, forse, addirittura, di un accorpamento, ma anche di chiusure; della creazione, magari, di piccoli gruppi di lavoro che concentrati intorno a micro aree tematiche
  • La creazione di un comitato di coordinamento nazionale basato su condivisione di compiti e strumenti 
  • La creazione di momenti di incontro, per esempio come questo, magari a scadenza annuale, per monitorare le situazioni
  • “La materializzazione del blog”, nel senso di un superamento dell’esperienza virtuale, rendendosi visibili in contesti comunicativi allargati:situazioni concrete, letture pubbliche, etc…
  • La creazione di una collana editoriale in Rete, nella funzione di una raccolta di materiali testuali ma anche di altra natura, riassuntivi, che abbiano la funzione di un archivio consultabile
La creazione di un decalogo, di un codice di comportamento, in cui ci si riconosca come operatori culturali da una parte, artisti dall’altra, tenendo conto di un’etica che non vada a cavalcare la nostra piccola fama
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venerdì, 27 aprile 2007

Parlare di poesia nell'ora della poesia di Marco Bini

Corrono strane relazioni formali e particolari coincidenze temporali tra l'avvento dello strumento della rete, che ha rivitalizzato un mondo, quello della poesia, che era ormai sul punto di chiudere i battenti (se già la saracinesca non era a metà) e il recente proliferare e figliare di festival e appuntamenti pubblici, dedicati alla poesia in maniera più o meno diretta, più o meno competente, più o meno sincera.
Relazioni che ci portano agli estremi della fruizione della poesia e del suo mondo, su diversi piani. Su un piano, abbiamo l'esplosione iper-tecnologica di poesia, critica e discorsi sugli immediati dintorni della poesia in rete, nei siti, nei blog e in tutti i formati che il multiforme universo internet mette a disposizione (con tutte le problematiche di qualità, sorveglianza e discernimento di cui non si mancherà di parlare in questo incontro); su un altro piano, assistiamo, talvolta increduli, alla rinascita di un modo di “fare” e “vivere” la poesia che risale a quando l'uomo ha imparato a emettere i primi versi – nel senso lirico del termine! Anche se naturalmente con formati e contenitori tipici della nostra epoca.
È senz'altro un evento di importanza non trascurabile che anche la poesia si sia ritagliata i propri spazi, numerosi tra l'altro, nel grande moltiplicarsi di festival e rassegne che sono fiorite in tutto il paese, dedicate ai più diversi campi del sapere, dalla filosofia alla storia, alla letteratura in genere, alla matematica, al cinema, persino all'economia. E, facendo una breve elencazione, con l'aiuto della memoria e dei motori di ricerca, se ne potranno enumerare tanti, di diversa grandezza e diversa visibilità, e con miriadi di modalità organizzative differenti, dall'open air al chiuso dei teatri e delle sale e così via.
Paradossalmente, di fronte a tutta questa abbondanza, dobbiamo porci le stesse domande che da tempo ci poniamo nei confronti di internet e della poesia che “gira” nei suoi luoghi, dai siti ai blog etc... Ovvero: come discernere? Come fare ordine in una varietà di proposte tentacolare nonostante i grossi rischi di bassa audience che un evento del genere si porta appresso come una proverbiale nuvoletta dell'impiegato?
Con l'occhio rivolto alla mia esperienza di lavoro e organizzazione all'interno di una di queste grandi manifestazioni che si tiene nel modenese (e desidero sottolineare la dimensione del “grande”, in contrasto con manifestazioni meno costose e articolate, che riescono spesso però a mantenere un alto livello di concentrazione sulla poesia, diventando piccole ma interessanti officine), tenterò una prima classificazione, che semplificherà inevitabilmente, ma che vuole essere chiara e definita; ed è quella che può essere realizzata sulla base di due categorie piuttosto lontane fra di loro, ma che sembrano più di tutte informare le scelte di direzione di questi eventi: l'intrattenimento e il pregio qualitativo.
Nella maggior parte dei casi – verrebbe da dire tutti i casi – questi contenitori vengono costruiti e finanziati da amministrazioni o enti pubblici, alla ricerca di quel plus turistico per il proprio territorio, che si è negli anni dimostrato vincente, ovvero il legame ad una disciplina riconoscibile che saldi il nome del territorio – specialmente se di secondario interesse turistico – a un evento e, perché no, ad un brand che diventi senza dubbio l'equivalente di un marchio D.O.P., una garanzia di qualità, e un'operazione di marketing
Nella preparazione di un grande evento di poesia, è normale – e prudente – tenere conto del fatto che il pubblico sul quale “calerà” l'iniziativa è in alta percentuale digiuno di poesia. Il problema del finanziatore – che, come detto, è praticamente sempre pubblico – è, ça va sans dire, un adeguato ritorno di immagine. E per giudicare se questo ritorno di immagine sia consistente ed efficace, i parametri che utilizzerà sono di natura elettorale ed economica: impatto sulla cittadinanza, capacità di attrazione di flussi di persone esterne al territorio, soddisfazione delle attività commerciali per l'incremento del volume d'affari. Da qui consegue che la direzione artistica tenderà a privilegiare proposte che possano attirare un consistente numero di persone e che trovino una qualche risonanza positiva presso i residenti del luogo e presso un pubblico sempre più ampio, ma non specialista in larga parte, che ama spostarsi alla ricerca di un week-end diverso dal solito e dove poter godere di un'atmosfera particolare, ricca di spettacolo, cultura e ospitalità. È il fenomeno segnalato già da più parti, anche nei media più main stream, del turismo culturale, fatto di brevi soggiorni, gastronomia e scoperta di luoghi a scarsa vocazione turistica, ma che – una benedizione tutta italiana – riservano sempre qualche interesse storico, estetico o paesaggistico da offrire. E quale può essere un evento di poesia che riempia una piazza, una sala, un locale, una tensostruttura? La risposta la dà spesso una breve consultazione dei programmi dei festival, dove salta all'occhio il forte utilizzo di formule come un attore famoso legge il tal poeta (quasi sempre scomparso, raramente più recente di quarant'anni fa), oppure musicisti che accompagnano una lettura su un poeta con le caratteristiche di cui sopra. È diventato ormai un sottogenere del mondo dello spettacolo la performance di taglio “culturale” che il personaggio televisivo con qualche ambizione di intrattenimento intelligente estrae dal cilindro apposta per queste occasioni. Ormai, anche questo tipo di offerta ha raggiunto un livello quantitativo considerevole, se ai personaggi conosciuti dal grande pubblico aggiungiamo l'offerta, meno costosa, di musicisti e artisti emergenti o a risonanza più limitata che preparano repertori di questo tipo ad hoc.
Il piccolo miracolo che spesso accade è che il luogo della performance si riempia davvero. Ed è, purtroppo, qui che nascono i grandi malintesi che sono il limite di questo tipo di manifestazioni. Una sala piena per ascoltare un attore della tv o del cinema che recita un repertorio poetico – per quanta sia la bravura e la qualità di scelta del repertorio – non è una vittoria della poesia o la dimostrazione che la gente ne ha bisogno o la cerca (come si legge spesso nelle brochure pubblicitarie o nei report di fine evento), ma è la vittoria – annunciata – del gusto generalista e di un certo modo di intendere il fatto culturale in maniera più leggera e acritica di quanto meriterebbe. E ciò senza denigrazioni o snobismi, ma volendo semplicemente sottolineare che è qui che sta l'equivoco più grossolano.
Allora viene da chiedersi: ma in un contenitore dedicato alla poesia, dove sta la poesia? Va da sé che, se si punta il dito contro la grossolanità o la mancanza di sincerità di certi annunci, a sua volta chi si occupa di poesia non deve essere troppo grossolano e disonesto da fare di tutta un'erba un fascio. Nei vari festival dedicati alla poesia si rintracciano un alto numero di interessanti incontri con autori, critici o altri addetti ai lavori, che costituiscono il nucleo fondamentale di ogni evento di questo tipo. Resta sempre da verificare, però, quale tipo di visibilità venga loro riservata e quale peso abbiano sul totale dei contenuti. E qui possono suonare ulteriori note dolenti, perché esiste talvolta il rischio che una manciata di incontri di poesia servano a giustificare un nome o un'etichetta sotto la quale inserire più spettacolo e varietà che altro. Questa è semplicemente un'analisi di ciò che accade o che tende ad accadere in grandi manifestazioni, con un forte investimento di denaro, risorse e immagine, e con una richiesta di ritorno proporzionata allo sforzo. Fermo restando che attirare pubblico, in queste occasioni, rimane uno degli obiettivi maggiori, il ritratto complessivo del fenomeno è però migliore di come sembra. Grazie ai grandi contenitori, la poesia è riemersa in qualche maniera come una realtà vivace, alla pari di ciò che è accaduto grazie alla rete. L'incontro diretto con i poeti e in generale con chi si occupa di poesia ha dato il segnale forte di una realtà in salute e che resiste, e l'ha al contempo resa appetibile ad un pubblico di più grande respiro, un pubblico che, anche se di buona istruzione, non ha magari mai sostato davanti agli scaffali di poesia delle librerie o non era affatto a conoscenza di quanto fosse presente la pratica della scrittura poetica nel mondo contemporaneo.
Il lavoro da fare per migliorare questo tipo di rassegne, nonostante tutto, è tanto. La maggior presenza di poeti e poesia vera, i momenti di dibattito aperti, dove aggiornarsi ed aggiornare, le finestre da aprire sul multiforme mondo della poesia, la presenza più massiccia dell'editoria minore che pubblica poesia in discreta quantità e spesso in ottima qualità, il lavoro capillare di diffusione scolastica e non solo della cultura della poesia. E questi sono solo alcuni dei consigli che si possono fornire.
In prima persona mi sono reso conto della difficoltà di inserire elementi di una certa qualità all'interno del cartellone di un grande festival. La difficoltà stava, naturalmente, nel timore della direzione artistica di una scarsa o nulla partecipazione. La soluzione di questo tipo di timori sta in una serie di scelte strategiche che, se ben realizzate, in una situazione in cui il pubblico è coinvolto nell'atmosfera del momento dedicato alla poesia, pagano la maggior parte delle volte. Scelte che riguardano il format da utilizzare nell'organizzazione dell'incontro, la scelta dei luoghi, la curiosità indotta nel pubblico potenziale tramite le scelte pubblicitarie e l'utilizzo di canali istituzionali e non, in particolare il volontariato, una risorsa di cui spesso si tende a dimenticare la forza, in quanto dimensione che sta tra l'istituzione e le persone in carne ed ossa, e dotata di un forte potere persuasivo.
È sfruttando con intelligenza le caratteristiche di un grande contenitore che amplifica tutto, nelle dimensioni come nelle aspettative del pubblico, che è possibile vincere questi timori e dimostrare che non è un rischio o un azzardo lasciare più spazio alla poesia vera in un festival di poesia.
turistico efficace che si imprima nella mente del grande pubblico, come è avvenuto in diverse città che hanno investito in questo senso. Un lancio pubblicitario senza pari.

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venerdì, 27 aprile 2007
Apocalittici e integrati di Matteo Fantuzzi. 

Nel 1964 Umberto Eco pubblica per Bompiani “Apocalittici e integrati” che analizza la letteratura di massa valutandone (in un periodo di profondi cambiamenti) aspetti positivi e negativi. Oggi oltre 40 anni dopo, un’enormità, i profondi cambiamenti stanno vedendo protagonista nella loro piccola sfera di fruizione anche la poesia contemporanea: va detto, fin da subito, che internet ha modificato in maniera radicale il modo di intendere la circolazione della cosa poetica, non più legata in maniera univoca al “sistema cartaceo” ma dapprima integrata e oggi legata a doppio filo al sistema telematico con lo sviluppo capillare dei blog, degli aggregatori ecc. ma in generale a tutta la sfera dei nuovi media.
Il problema è che molti degli aspetti negativi sottolineati da Eco per quello che riguarda la letteratura di massa possono oggi tranquillamente creare un punto di partenza nella valutazione dei nuovi media utilizzati per la divulgazione della poesia: il primo problema e secondo me più pressante oggi è la questione della “legge di mercato”, si sta assistendo ultimamente alla brutta tendenza a caratterizzare la qualità dei blog di poesia “dall’indotto” normalmente tradotto in due parametri:

  1. numero di visitatori (o numero di pagine lette)
  2. numero di commenti

l’iper-attenzione alla share of voice oltre a fare parte di logiche di lotte interne per il predominio del settore (ricordo ai più che questi luoghi sono nati parecchi anni fa in un certo senso anche per boicottare le logiche di poteri e contropoteri forti che hanno sclerotizzato buona parte della circolazione della poesia italiana contemporanea nel territorio e tra le persone), fa passare, laddove l’intento non sia puramente di analisi statistica, il messaggio che siano appunto questi due parametri a decidere il ranking di qualità dei prodotti offerti, non considerando appunto che omologazione culturale, persuasione pubblicitaria, qualunquismo e soprattutto gossip (aspetti individuati anche da Eco) aumentano notevolmente il volume di un post, senza che ancora per un solo istante sia parlato di qualità dell’offerta, di utilità prima di tutto sociale.
Perché se pregio va dato alla rete e ai nuovi media è quello della fruibilità, è quello del basso costo, è quello della possibilità di rendere disponibili a molte e molte più persone, economicamente, geograficamente e storicamente “svantaggiate a livello di fruizione poetica” (il solito adolescente che vive in qualche piccolo borgo dell’Appennino e che ha a disposizione solo la paghetta settimanale dei genitori, esempio che spesso faccio) ma dotate di quella buona volontà a conoscere, a confrontarsi con la poesia che l’establishment, il gotha spesso non si ricorda nemmeno più lontanamente come sia fatta.
Perché la grande problematica oggi che i mezzi non sono più pionieristici, che le potenzialità sono evidenti, che si assiste ad una “corsa all’oro” con qualsiasi mezzo e a volte addirittura senza un razionale specifico ma solo “per esserci”, “per non rimanere indietro” è quella di superare completamente e senza titubanze il sistema paternalistico e solo superficialmente democratico che impone dall’alto, impone da un nuovo gotha che cerca di “mangiare” il territorio del vecchio gotha modelli che solo in apparenza vengono dal basso ma spesso sfruttando questo alone popolare finiscono da un lato per fornire il nuovo sottoscala dove sviluppare un’infornata di “furbetti del quartierino poetico” dall’altro permettono a chi invece non è mosso da fini nobili, ma semplici smanie napoleoniche di continuare ad imporre i propri interessi.

 La questione editoriale.
 
Il primo passaggio da considerare oggi come “pressante” riguarda proprio il reperimento delle fonti, il reperimento materiale della poesia. Sappiamo che il sistema librario tiene in sempre minore interesse la poesia, la relega (se se ne cura) nel proprio angolo più buio, nel sottoscala, violentando l’offerta, proponendo poche collane, pochi editori (male venduti e male distribuiti), pochi autori per lo più storicizzati. Nonostante oggi la rete renda possibile per riviste cartacee e case editrici (anche medio-piccole) il contatto con chiunque sia dotato di un semplice modem, va anche detto che è “l’economia della poesia” a rendere impraticabili molte strade.
Ed è per questo che di tutte le possibili sfaccettature che si potrebbero affrontare, reputando tutt’ora fondamentale come sempre e ancora nel tempo lo sviluppo della poesia sul mezzo cartaceo, credo che ora come ora sia da seguire con particolare attenzione lo sviluppo del “print on demand” che ha in lulu.com al momento la più consolidata espressione.
La possibilità di stampare a basso prezzo qualsiasi libro e soprattutto il non avere nessun vincolo a livello di acquisto copie (uno volendo potrebbe semplicemente stamparne una copia per sé, per cinque, dieci euro, a seconda del numero di pagine) se da un lato crea enormi problematiche a livello di editing e di qualità del proposto, dall’altro toglie tutta una serie di drammatiche questioni che attanagliano ma soprattutto alimentano una certa falsa micronima editoria italiana che fa pubblicare alle massaie e agli studenti gli scritti del proprio cassetto a cifre assurde in migliaia di copie mai distribuite e direttamente mandate al macero, toglie ottima parte delle problematiche economiche che le riviste cartacee militanti stanno vivendo, con chiusure, ridimensionamenti o “salto di numeri”, toglierebbe anche con un poco di coraggio la questione del reperimento delle fonti, se gli autori del Novecento o le loro famiglie (per chi deceduto) tirassero fuori le palle di concedere (anche con un ritorno economico, previsto da lulu.com che comunque dà la possibilità del semplice freeware e senza che in nessuno dei due casi debbano essere ceduti i diritti d’autore da parte dei proprietari) la possibilità di riproporre libri che dopo 20, 25, 50 anni è impossibile ritrovare se non dai rigattieri e per qualche fortunata coincidenza ma che sarebbero fondamentali per il recupero e perché ciascuno di noi possa creare la propria ossatura e il proprio percorso, sia come lettori che come autori, fondamentale perché la nuova critica, e i laureandi non basino le loro tesi solo sui diktat dei loro buoni o cattivi maestri, ma prendano coscienza di tutti i possibili insegnanti e solo attraverso una comprensione totale delle vicende basino e fondino la loro opera critica, quella militante e quella sostanziale.
E questo non significa svilire l’attività fondamentale di tanti editori capaci che abbiamo e che devono avere la possibilità di lavorare e a cui dobbiamo anche noi fornire tutte le migliori condizioni per l’omeostasi editoriale, quanto piuttosto, creare un sistema integrato, un sistema aperto, in grado di ricevere gli input e le menti capaci di svilupparlo, entrare una volta per tutti in un vero open-source dove solo la qualità del proposto e non i titoli nobiliari siano il termine di paragone, creare anche aperture oggi quasi impossibili da immaginare (e se ci fosse una nuova poesia gabonese od uzbeka così interessante da dovere essere riconosciuta, quale editore potrebbe proporre una pubblicazione in tal senso, e quale bacino di utenza a priori pensate potrebbe esserne interessato ?)
Perché alla fine quello che conta è sfruttare i media, sfruttare le tecnologie con una reale funzione democratica d’apertura e fruizione, di coscienza e conoscenza, contrastare l’oligarchia con la democrazia senza svilire l’offerta, senza sfociare nell’anarchia, significa uscire da meccanismi esclusivi: chiunque voglia conoscere, avere a che fare, con la poesia italiana contemporanea deve potere avere tutti gli strumenti per potervi accedere facilmente, velocemente ed economicamente. Perché gli strumenti oggi ce lo permettono, e se li sapremo sviluppare presto si potrà ritornare a cercare di fare in Italia solo buona poesia e buona critica, ovunque.
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venerdì, 27 aprile 2007
Enne, portale di audiocultura
www.figlidienneenne.it
 
“Il suono è il rifugio di chi non crede più nell’immagine”
Così si esprimeva Derek Jarman nel suo film-testamento “Blue”, dove uno schermo del colore di Klein faceva da sfondo ad un complesso intreccio di parole, frasi, rumori domestici.
Se “apri gli occhi” è l’imperativo, in quest’epoca di contraffazioni dell’immagine, di furberie, dove niente è come si mostra, e quel che si vede non è o è tutt’altro, il nostro suggerimento, la via di fuga che suggeriamo è: ascolta!
Di fronte alla crisi della lettura, e di fronte ai sempre più importanti flussi di informazioni telematiche, il nostro progetto vuole essere un’alternativa alla pubblicazione di testi on-line, semplice versione elettronica di residui tipografici. Vogliamo restituire la voce agli autori, o dotarli, con la loro approvazione, di faringi, trachee, gole, polmoni, passioni altrui.
 Attraverso il nostro sito (www.figlidienneenne.it), dove è possibile ascoltare, e presto sarà possibile scaricare file audio di poeti, narratori, saggisti ecc…, vogliamo dare la possibilità agli autori che con noi collaborano (presenti e futuri) di restituire alle loro creazioni le intonazioni che avrebbero voluto, le sfumature, le pause, le incertezze, la voglia di giocare con degli strumenti in più oltre alle lettere; la voce, la musica, i suoni, i rumori, i silenzi.
Per fari sì, poi, che l’ascolto non rimanga individuale (anche se sogniamo-presagiamo un diffondersi dei nostri “testi” in lettori, Ipod e quant’altro serva a portali in giro), che anche questo si frantumi per poi ricomporsi, stiamo organizzando incontri di lettura dal vivo.
Intorno a tutto quello che si può immaginare: paesaggi, musiche, suoni. Anche immagini, ma per una volta di commento, in sordina, a far da sfondo alle voci e ai rumori: fuori fuoco.
Enti o associazioni che volessero aiutarci in questa impresa, possono contattarci al nostro indirizzo e-mail: redazione_enne@yahoo.it
Intanto aspettiamo visite numero sul nostro sito, collaborazioni, critiche, proposte e nuovi autori, anche per il nuovo progetto di una trasmissione radiofonica a cui stiamo lavorando.
A presto
Chiudi gli occhi, e ascolta.
 Enne nasce alla fine del 2006 da un’idea di Andrea Tosti e Daniele De Angelis.
Attualmente conta un nutrito gruppo di collaboratori e migliaia di visite
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venerdì, 27 aprile 2007

(Scampolo tratto dalla prefazione all’e-book “Bacheche 2006”, a cura di Gianfranco Fabbri. - Consulenza tecnica di Giuseppe Cornacchia)

Praticare il “vizio” della poesia è gesto popolare, quanto sotterraneo. E’ risaputo che in Italia sono in parecchi a scrivere versi e in pochi invece a leggere libri di versi. A prescindere dal  “sottobosco”, luogo da sempre impervio ma anche fittamente abitato, gli autori che riescono a posizionarsi su livelli digni- tosi non superano la soglia delle due-trecento unità. Prima dell’avvento di Internet, questa piccola polis (peraltro agitata da frustrazioni, amori e capricci) era nutrita a “pane e acqua”, nel senso che la possibilità di emergere era riservata a una vera e propria manciatina di persone. A queste si aprivano le grandi case editrici e le riviste importanti, mentre per gli altri si decretava un limbo dal sapore un po’ umiliante. Come dire: la solita dieta a “pane e acqua” o, tutt’alpiù, la possibilità di creare una piccola realtà di provincia per i primi bisogni fisiologici. Va da sé il fatto che qualità e carriera letteraria fossero visti come binari divergenti, nella loro espressione dinamica. Non è che oggi sia cambiato un granché, però la nascita dei blog ha permesso ai cittadini della città del verso di apparire con più sveltezza sulle piattaforme planetarie che, in tempo reale, forniscono il modo di far conoscere i propri lavori. Un fatto enorme, nato in poco tempo, che ha sconvolto la complicata dinamica del concetto di “pubblicazione”. Se un ragazzo è in qualche modo intraprendente, può “scegliere” dalla rete occasioni d’oro (e soprattutto gratis). Che so: è sufficiente avere un indirizzo, una chiave, per entrare nelle maglie delle numerose redazioni di riviste on-line: basta scrivere un commento sensato, all’interno di un salotto-forum, per farsi notare dal gestore di quell’area ed avere in tal modo una risposta veloce che dia spazio alle prime aspirazioni. Una volta stabilito il rapporto, niente è più facile di un inserimento nel sito prescelto. Naturalmente, poi, occorrerà dimostrare quanto si valga. Sarà necessario, in tal senso, essere tosti e tenaci, giacché lo scopo ultimo di un simile sforzo è per molti l’attraversamento del “deserto”, oltre il quale è possibile scorgere il golfo celeste della carta stampata.
Consapevole di questi limiti, ho deciso di diventare organizzatore di chi avesse già avuto, altrove, un pur minimo cenno di consenso. Nascevano così le “Bacheche”, le quali subito si dotavano di un vago sapore da “servizio pubblico”.
Non è stato facile, sia chiaro. Non è stato facile per la semplice ragione che, prima di dar vita al progetto, ho dovuto prendere confidenza con l”arma del delitto”, ovvero con il blog. Ebbene, vincendo la mia repulsione per i marchingegni della tecnica, ho aperto “La costruzione del verso”. Il problema stava tutto nel dar fiato a quest’arma, nel farla crescere a poco a poco. Dopo circa diciotto mesi, “Il luogo del misfatto” era perfetto per ospitare questa sorta di piccolo festival. Debbo dire di essere rimasto colpito dall’immediato afflusso di visitatori; dalle 25-35 visite giornaliere del “prima”, sono giunto alle 75-90 visite del “durante”, con picchi specifici di circa 120-130 unità. Godibile è subito risultato essere l’abboccamento con i singoli partecipanti. A parte qualche eccezione, tutti gli interpellati hanno accettato di buon grado, dimostrando di essere persone professionali e corrette.
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Parlare di apparentamenti (sia che ci si riferisca ad un confronto con i “maestri” del Novecento, sia che ci si aggrappi a similitudini interne agli stessi trentatré autori) diventa operazione rischiosa, oltre che complessa. Tenterò comunque una suddivisione in senso lato dei vari “bachechizzati”; qualche volta - quando le similitudini appariranno più marcate - mi spingerò anche a qualche “battesimo ufficioso”. Innanzi tutto, il panorama che sortisce da una simile impresa è perlomeno incoraggiante - nel senso che sembra emergere, dai versi letti, un “coro a cappella” di bel fascino e di grande responsabilità -. Responsabilità che si espande nel significato di “coscienza” e di “istanze” con un mondo (il nostro, l’attuale) che ci spinge sull’orlo di una inevitabile “crisi di presenza”. Ripeto, tutti gli autori sono risultati alieni dal senso del protagonismo e dal gesto di finzione. Il “canto” generale è stato quello della rivolta, comunque lo si voglia intendere. Rivolta endogena, centrifuga e sapienziale. Reazione al senso di indifferenza da se stessi e dal senso dell’ipo-auscultazione del mondo. Mai forse come oggi (al di là degli esiti estetico-formali) si è tanto poco giocato a fare il poeta.
Parlavo di “vaghe famiglie”. Parlavo di amalgame fra i vari ospiti. Va da sé che ciò che scriverò da qui in avanti sarà suscettibile di essere preso per una sconvenienza. Ma prestate invece l’orecchio ai tanti commentatori che hanno, di volta in volta, scritto cose intelligenti, con passione e amore.
Ebbene, si parte alla volta delle Bacheche.
Sarà un viaggio appassionante.

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