Sylvia Plath, prima di mettere la testa nel forno, apriva la sua poesia con le parole: "Io sono verticale, ma vorrei essere orizzontale". Le sue parola, della metà del novecento, calzano quanto mai bene a quanti, scrittori o poeti, si trovano a doversi rapportare con la diffusione della propria opera nell'anno 2006, quasi 2007. Lungimirante fu il gruppo Luther Blisset, ora Wu Ming, ad aprire le porte ad un nuovo metodo di fruibilità delle parole che le case editrici appellarono immediatamente come "bizzarro" o una "furbata". Sto parlando del Copyleft, ossia della possibilità di rendere disponibili i propri testi scaricandoli dalla rete, sia parzialmente che integralmente, con l'unica regola che questo download non abbia fini di lucro per colui che scarica o terzi. Successivamente sono arrivati i creative commons, che offrono un copyright flessibile (http://www.creativecommons.it), gli open sources, che garantiscono e sanciscono il diritto per chi entra in possesso di un software di averne accesso gratuito al codice. Gli open sources, così come il copyleft, fanno leva semplicemente sul mercato virtuale, che attinge sempre nel luogo dove esiste una possibilità gratuita che, col passare del tempo, diventa irrinunciabile per chi voglia affacciarsi sulla rete e proporre un'idea, un prodotto. Per chiarire meglio, le società di software non possono più richiedere denaro per un aggiornamento se esiste un'altra ditta di software che quell'aggiornamento lo dà gratuitamente, poiché il mercato non la sceglierebbe a priori. E non esiste manipolazione pubblicitaria che tenga su internet, non esistono imposizioni di marketing, non esiste il lavaggio del cervello, non esiste la verticalità che dà la voce grossa al potente e schiaccia il piccolo. Perché il piccolo, muovendosi orizzontalmente attraverso una serie di sinapsi riesce ad attingere a qualsiasi risorsa desideri. Provarono a far chiudere Napster, con i risultati che sappiamo, ossia la proliferazione di peer-to-peer che permettono di scambiarsi i file (io mi connetto con te e scarico quello che mi pare. Io e te creiamo un posto dove anche altri possano portare il loro contributo e prendere i nostri. E così via). Ora, l'attuale Ministro dell'Istruzione Fioroni vorrebbe inserire una sorta di regolamentazione degna del regime di Pechino, quando chi propone questa cosa spesso non sa nemmeno accendere un computer. E anche questo è un fatto: la totale incompetenza dei nostri politici - evidenziata in campi che dovrebbero essere di loro competenza - di fronte all'informatica diventa un baratro incolmabile. E allora ecco che alla comparsa dei blog l'allora ministro Urbani decise - senza sapere assolutamente quel che stava dicendo - che ogni blogger avrebbe dovuto stampare le proprie pagine e spedire alla biblioteca più vicina per chissà quale censimento o catalogazione. Il ministro ignorava che solo in Italia venivano prodotte già allora più di un milione di pagine al giorno, il ministro ignorava di trovarsi di fronte ad un mare difficilmente arginabile, il Ministro, in sostanza, non sapeva affatto di cosa stesse parlando, e non lo sa neanche l'onorevole Fioroni il cui blog era zeppo di link a siti porno.
Se si vuole spostare il discorso sulle case editrici, per esempio, che è un argomento che ci interessa, scopriamo che anch'esse ancora non sanno cosa sia il copyleft, non riescono a capirlo, si muovono nei loro labirinti polverosi nella speranza che i paletti che sono riuscite a imporre finora alla televisione, ad esempio, riescano ad attecchire anche nella rete. Reagiscono pubblicando scritti di comici televisivi, veline, calciatori. Ma la rete, grazie a dio, non solo se ne frega dei meccanismi validi nella realtà, ma ne risulta totalmente indifferente al punto che presto o tardi, e siamo nel mezzo dell'oscillazione della bascula, tutti dovranno venire a far i conti con un metodo di condivisione delle informazioni "orizzontale", se non altro per volontà di volersi accaparrare quella fetta enorme di mercato che non se li fila, e per farlo non potranno più dettare le regole, ma scendere a patti con l'anarchica rete, che non ti dice mai la verità, peggio di un Ministro dell'Economia. Ora, quale giovamento può apportare questo ad un autore che voglia diffondere i propri scritti? Diciamo subito che le opzioni sono moltissime, la libertà è lasciata al singolo utente, che spesso si trova spaesato di fronte a una mole di scritti che possono essere pubblicati quasi a prezzo di costo (www.lulu.com) e che spesso rimangono "vivi" solo nel virtuale, mentre non riescono ad emergere in forma cartacea dalla rete. Su questo vorrei proporre un ragionamento che segue la dinamica della rete e vuole applicarla fisicamente al reale. Il peer to peer, la condivisione di dati a cui accennavo prima, può essere reso metafora e applicata alla poesia, per esempio. Vediamo come. La mia è ovviamente, solo una ipotesi/proiezione che nel mio piccolo, come i filosofi di una volta, sto mettendo in pratica. Immaginiamo di creare un luogo che ospiti fisicamente "eventi letterari" - sotto l'ombrello dell'accezione eventi letterari potremmo far rientrare tutto, a discrezione del creatore del luogo, dal reading alla performance audio visiva, dalla lettura sonora al teatro - questi luoghi virtuali di condivisione faccia a faccia della poesia, fungerebbero come l'archivio del nostro computer che rende accessibili i nostri dati ad altri che fanno lo stesso con noi. Io creo un posto dove far esibire, e vado in posti di altri creati con lo stesso intento. Tutto ciò è abbastanza spontaneo, se io ho un posto dove faccio fare i reading, sarà abbastanza difficile che io stesso possa occupare tutte le serate ma avrò necessariamente bisogno di altri per confrontarmi, per dare eterogeneità nella mia offerta, per far ascoltare ad altri autori che ci hanno magari colpito in un'altra occasione. Sarei un computer abbandonato in uno scantinato se non m'aprissi agli altri.
Si potrebbe cominciare con la propria zona di appartenenza, nulla è meglio di ciò che si conosce, ad ospitare e creare eventi di questo genere. La fantasia è libera. Si può deciderlo di farlo dentro agli alberghi, nelle librerie, nei ristoranti, nelle enoteche. I più creativi assalgono anche le pasticcerie, i club, le discoteche, gli Arci, la propria cantina di casa. Ospitare nel proprio luogo gli autori che la rete, mercato amplissimo e sempre aperto, ci ha fatto conoscere, ci dà la stessa importanza dell'avere un computer per poter scambiarsi i file. Totalmente indipendente.
Immaginiamo ora che questa rete si diffonda sul serio, e comincino a nascere posti che se diventeranno di culto sarà solo per il buon lavoro che è stato fatto, ma che comunque saranno sempre legati alle altre cellule della rete, dove si potrà ascoltare quanto di buono o di pessimo propone la poesia o la letteratura contemporanea.
Se proviamo ad immaginare un accadimento del genere, ci accorgeremo che si potrebbe avere una proliferazione tale di questa endemica minaccia, al punto di "costringere" le grandi case editrici a venire a vedere cosa succede nei sotterranei orizzontali nati dalla rete ma del tutto reali. Poeti e scrittori totalmente sconosciuti al mercato dell'editoria ma conosciutissimi nell' "altro mondo". A me piace immaginare questo, e sto tentando di metterlo in pratica nel mio piccolo. Che ognuno si faccia operaio della poesia e nella propria città, paese, frazione, crei il proprio nucleo di condivisione reale. Con le proprie forze, con il tempo che ha a disposizione. Il futuro ci dirà se questa mia è stata solo una visione, un tentativo caduto nel vuoto, oppure una lungimirante prospettiva di quello che potrebbe accadere se decidessimo una buona volta di essere protagonisti in quello che facciamo e assumercene oneri e onori, partecipando attivamente a quello che è la nostra passione, in questo caso la poesia e la letteratura. Per questo io voglio modulare il mio canto assieme a quello di Sylvia Plath adeguandolo al presente e dichiarando a piena voce: io sono orizzontale.




